lunedì 1 novembre 2004
L'arco e la freccia: la recensione di Rosario Puglisi
Il collega Riccardo Mondo è psicologo analista dell’A.I.P.A. (Associazione Italiana di Psicologia Analitica), vive e lavora a Catania ed oltre all’attività prevalente di psicoterapeuta, realizza significative progettazioni in ambito culturale rendendo operative riflessioni e ricerche sociali su temi importanti qual è quella dell’Educazione alla Genitorialità.
Il volume L’arco e la freccia – Prospettive per una genitorialità consapevole tratta della possibilità di applicare in ambito educativo alcuni elementi fondanti la psicologia del profondo e in particolare della psicologia analitica.
Il suo segreto, com’è precisato nella prefazione curata da Luigi Turinese, risiede nell’intelligenza ermetica dell’autore e nella consapevolezza di quest’ultimo di trasferire, al di fuori degli ambienti circoscritti e oscuri del setting analitico, la dialettica psicologica cara allo junghismo contemporaneo relativa al rapporto tra individuo e collettivo sul tema dell’adattamento e dell’individuazione.
L’arco e la freccia. Prospettive per una genitorialità consapevole si presenta come la sintesi di una ricerca di gruppo in continua evoluzione, come confessa lo stesso autore “…l’idea di un libro è supportata nel suo progressivo concretizzarsi da una quota di costante imprevedibilità che ne dignifica la realizzazione definitiva”.
Appare evidente nell’articolazione del testo il rapporto dialettico esistente tra teoria e prassi in un ambito complesso quale appunto la scienza dell’educazione, che da sempre ha avuto come presupposto-corollario l’acquisizione di verità parziali ma non necessariamente contraddittorie, tipiche di una “Comunità Educante” all’interno della quale ciascuno dovrebbe fare la propria parte: lo psicologo, il pedagogista, il mitologo, l’insegnante e, naturalmente, il genitore.
Per questi presupposti epistemologici, sono stati invitati a collaborare una serie di autori, per la maggior parte colleghi siciliani, da anni impegnati in questa ricerca.
Il risultato è proprio un omaggio alle scienze della complessità applicate alla difficile arte del condurre fuori (e-ducere).
Il volume collettaneo si presenta gradevole nella veste editoriale e di scorrevole lettura. Vengono riportati alcuni dei più significativi interventi comunicati nel convegno nazionale omonimo realizzato nel 2001 a Catania, da cui origina il titolo del libro.
Scendendo nel dettaglio, oltre ad un iniziale capitolo di Riccardo Mondo sulla “Educazione alla genitorialità” che definisce con chiarezza caratteristiche e possibili aree di intervento, originali risultano gli altri contributi che possono essere colti all’interno del testo. Si pensi a quello di Elena Liotta sul concetto di “Essere Madre nel XXI secolo”, o a quello di Magda Di Renzo su “I genitori nella mente dei figli”, riflessione sulla costruzione dell’immagine interna del genitore a partire da figure reali ma anche da modelli culturali.
L’intervento di Marco Guzzi, “Riflessioni sull’Educazione dell’Uomo Nascente”, evidenzia la concezione antropologica sottostante ad ogni pedagogia, mentre Alfonso Sottile e Riccardo Mondo ci offrono, nel capitolo “Il genitore e l’esperienza dell’incertezza”, un approfondimento psicologico di questo sentimento che appare connaturato all’esperienza genitoriale. Di ispirazione immaginale ed archetipica il contributo di Daniele Borinato, “Il Padre e l’arco di Ulisse”; Pasqualino Ancona, in “La Genitorialità nella riabilitazione delle tossicodipendenze”, contribuisce con una riflessione analitica su una consolidata esperienza maturata nel territorio.
L’autore partecipa anche alla descrizione, con Angela Giannetto, del progetto “Educazione alla Genitorialità” realizzato in nove comuni etnei e alla esposizione, con Simone Bruschetta e Gabriella Toscano, della ricerca territoriale che ha visto coinvolte più di mille famiglie.
A mio avviso, la vastità del campione presentato, unitamente al progetto “Educazione alla Genitorialità”, consente di trarre dai dati emersi da questa ricerca informazioni utili non soltanto per gli operatori sociali che agiscono nel territorio, ma anche, su un piano più generale, per le riflessioni sull’attuale e difficile modo di concepirsi ed essere genitori, a proposito del quale non va dimenticato che, citando Gibran Kahlil Gibran (ispiratore del titolo del libro “L’Arco e la Freccia”) ”... i nostri figli non sono i nostri figli. Sono i figli e le figlie dell’ardore che la vita ha per se stessa. Essi vengono attraverso di noi, ma non da noi. E benché vivano con noi non ci appartengono”.
Rosario Puglisi
Recensito su Psicologi & Psicologia in Sicilia. Giornale dell’Ordine degli Psicologi della Sicilia, anno VII – n° 2 – Novembre 2004.
lunedì 25 ottobre 2004
L'intervista di Elvira Seminara a Riccardo Mondo
Battiato, lettera-ritratto a Hillman
Hillman ama Catania. Freme sorpreso davanti ai cesti odorosi della pescheria, sente ancora (ma come fa) le risate degli dei in certe vie oscure di Catania. E i catanesi amano Hillman. Individualmente, in gruppo, in associazioni create in suo nome.
È nato così, come fosse un gioco, dunque nel segno del “puer” tanto caro a Jung, questo libro prezioso e stravagante, inventato a Catania e scritto a più mani con James Hillman, per lui e contro di lui, “Caro Hillman…”, edito dalla Bollati Boringhieri.
L’idea è venuta ai due psicoanalisti e amici Riccardo Mondo (che vive a Catania) e Luigi Turinese (che vive a Roma), proprio nel corso di un incontro col grande psicoanalista e filosofo (post)junghiano, di Atlantic City il quale – racconta Mondo – appena ha sentito quel sacro odore di eresia ha detto sì.
In che senso “eresia”?
“Hillman è un eretico perché ha rielaborato in modo molto personale il pensiero del maestro Jung, ma lui stesso esalta il valore positivo dell’eresia in quanto superamento, dialettica, trasgressione. Per questo ha accettato di partecipare a questo libro, composto secondo un’estetica pop.
Il libro si dipana attraverso 25 lettere scritte da altrettanti intellettuali e psicoanalisti. Per ogni lettera ad Hillman, la sua risposta. Perché il genere epistolare, un po’ obsoleto?
“È soprattutto un omaggio a Freud e Jung, al loro straordinario epistolario purtroppo bruscamente interrotto per la rottura sul tema della libido. E’ qui, da questa ideale ultima lettera strappata, che ripartiamo per ricucire un dialogo. Quelle preziosissime lettere furono l’unico e ultimo tentativo di conciliare analisi freudiana e analisi junghiana”.
Con quale criterio avete scelto gli autori delle lettere?
“Varietà e competenza. Ci sono tra gli altri studiosi come Silvia Vegetti Finzi e Bianca Garufi, esperti di psichiatria come Bruno Callieri, filosofi come Sgalambro e Grazia Marchianò, psicologi come Aldo Carotenuto, poeti come Arturo Schwarz, musicisti come Battiato. Lettere più complesse e lettere più semplici, il libro vuol essere per tutti gli interessati, non per pochi addetti”.
E le tracce tematiche?
“Abbiamo scelto quattro temi suddivisi tra gli autori, Tracce di Jung, Destino e Individuazione, Therapeia e Un muovo umanesimo tra etica ed estetica. Alla fine abbiamo portato a mano tutto il materiale a Hillman. Infatti, pur essendo un pensatore innovativo e uno scrittore fecondissimo, lui non usa computer e posta elettronica. Ha una vecchia macchina da scrivere e al massimo, se ha fretta, usa il fax…”.
Il che, immagino, ha rallentato un po’ la comunicazione fra voi…
“C’era un’emozione diversa. Hillman non rispondeva, non scriveva, era stanco. Poi all’improvviso, in cinque giorni, cominciò a scrivere e non si fermò più. I suoi fax, uno dopo l’altro, arrivavano a casa mia nel cuore della notte, per il diverso fuso orario, ma era magico anche questo, vedere scorrere su quel rullo le sue parole intrise di anima e di daimon… ”
Nel testo ci sono anche alcuni ammaliati oppositori, tipo Augusto Romano, che sostanzialmente rimprovera Hillman di avere messo in scena una splendida coreografia che occulta crepe del pensiero. Altri gli rimproverano quasi di essere stato un (grande) profeta della new age. La Vegetti Finzi lo accusa di essere un maestro e traditore. Qualche disagio, per le lettere meno lusinghiere?
“No, non ha mai chiesto correzioni, e ha risposto a tutte con sapienza e raffinatezza. Del resto lui ama troppo il confronto, e detesta le scuole, i conformismi…”
La lettera più bizzarra?
“Quella di Franco Battiato. È un ritratto dello stesso Hillman, che abbiamo poi messo in copertina. C’è un vecchio distinto dall’aria ascetica e un po’ astratta. Lunare e malinconico. È piaciuto molto a Hillman, soprattutto per quell’occhio sinistro da fanciullo”.
Articolo pubblicato su La Sicilia, 25 ottobre 2004
Hillman ama Catania. Freme sorpreso davanti ai cesti odorosi della pescheria, sente ancora (ma come fa) le risate degli dei in certe vie oscure di Catania. E i catanesi amano Hillman. Individualmente, in gruppo, in associazioni create in suo nome.
È nato così, come fosse un gioco, dunque nel segno del “puer” tanto caro a Jung, questo libro prezioso e stravagante, inventato a Catania e scritto a più mani con James Hillman, per lui e contro di lui, “Caro Hillman…”, edito dalla Bollati Boringhieri.
L’idea è venuta ai due psicoanalisti e amici Riccardo Mondo (che vive a Catania) e Luigi Turinese (che vive a Roma), proprio nel corso di un incontro col grande psicoanalista e filosofo (post)junghiano, di Atlantic City il quale – racconta Mondo – appena ha sentito quel sacro odore di eresia ha detto sì.
In che senso “eresia”?
“Hillman è un eretico perché ha rielaborato in modo molto personale il pensiero del maestro Jung, ma lui stesso esalta il valore positivo dell’eresia in quanto superamento, dialettica, trasgressione. Per questo ha accettato di partecipare a questo libro, composto secondo un’estetica pop.
Il libro si dipana attraverso 25 lettere scritte da altrettanti intellettuali e psicoanalisti. Per ogni lettera ad Hillman, la sua risposta. Perché il genere epistolare, un po’ obsoleto?
“È soprattutto un omaggio a Freud e Jung, al loro straordinario epistolario purtroppo bruscamente interrotto per la rottura sul tema della libido. E’ qui, da questa ideale ultima lettera strappata, che ripartiamo per ricucire un dialogo. Quelle preziosissime lettere furono l’unico e ultimo tentativo di conciliare analisi freudiana e analisi junghiana”.
Con quale criterio avete scelto gli autori delle lettere?
“Varietà e competenza. Ci sono tra gli altri studiosi come Silvia Vegetti Finzi e Bianca Garufi, esperti di psichiatria come Bruno Callieri, filosofi come Sgalambro e Grazia Marchianò, psicologi come Aldo Carotenuto, poeti come Arturo Schwarz, musicisti come Battiato. Lettere più complesse e lettere più semplici, il libro vuol essere per tutti gli interessati, non per pochi addetti”.
E le tracce tematiche?
“Abbiamo scelto quattro temi suddivisi tra gli autori, Tracce di Jung, Destino e Individuazione, Therapeia e Un muovo umanesimo tra etica ed estetica. Alla fine abbiamo portato a mano tutto il materiale a Hillman. Infatti, pur essendo un pensatore innovativo e uno scrittore fecondissimo, lui non usa computer e posta elettronica. Ha una vecchia macchina da scrivere e al massimo, se ha fretta, usa il fax…”.
Il che, immagino, ha rallentato un po’ la comunicazione fra voi…
“C’era un’emozione diversa. Hillman non rispondeva, non scriveva, era stanco. Poi all’improvviso, in cinque giorni, cominciò a scrivere e non si fermò più. I suoi fax, uno dopo l’altro, arrivavano a casa mia nel cuore della notte, per il diverso fuso orario, ma era magico anche questo, vedere scorrere su quel rullo le sue parole intrise di anima e di daimon… ”
Nel testo ci sono anche alcuni ammaliati oppositori, tipo Augusto Romano, che sostanzialmente rimprovera Hillman di avere messo in scena una splendida coreografia che occulta crepe del pensiero. Altri gli rimproverano quasi di essere stato un (grande) profeta della new age. La Vegetti Finzi lo accusa di essere un maestro e traditore. Qualche disagio, per le lettere meno lusinghiere?
“No, non ha mai chiesto correzioni, e ha risposto a tutte con sapienza e raffinatezza. Del resto lui ama troppo il confronto, e detesta le scuole, i conformismi…”
La lettera più bizzarra?
“Quella di Franco Battiato. È un ritratto dello stesso Hillman, che abbiamo poi messo in copertina. C’è un vecchio distinto dall’aria ascetica e un po’ astratta. Lunare e malinconico. È piaciuto molto a Hillman, soprattutto per quell’occhio sinistro da fanciullo”.
Articolo pubblicato su La Sicilia, 25 ottobre 2004
mercoledì 4 agosto 2004
Caro Hillman... Venticinque scambi epistolari con James Hillman
| A cura di Riccardo Mondo e Luigi Turinese Bollati Boringhieri, Torino, 2004 |
alcune voci significative della psicologia analitica e della cultura italiana scrivono a James Hillman – figura prestigiosa e carismatica di filosofo e analista junghiano, ben noto ai lettori del nostro Paese – presentandogli ricordi personali, interrogativi, proposte, poesie e persino un ritratto, ma anche perplessità ed espliciti dissensi.
L’iniziativa di raccogliere in volume queste lettere, con le risposte di Hillman, intende stimolare un dibattito su cosa può significare, oggi, rifarsi al pensiero e all’insegnamento di Jung; più in generale, quale psicologia e quale psicoterapia possono aiutarci ad affrontare i problemi dell’individuo e della società nel mondo attuale.
| James Hillman, Riccardo Mondo e Luigi Turinese all’anteprima del volume “Caro Hillman”, al Congresso Internazionale di Psicologia Analitica – Barcellona, 30 Agosto 2004 |
venerdì 7 maggio 2004
PERCORSI NELLA SOLITUDINE CONTEMPORANEA CONVEGNO NAZIONALE Catania, 7 maggio 2004 Biblioteche riunite “Civica e Ursino Recupero”
PROGRAMMA:
Introduzione: Riccardo Mondo (Psicologo analista AIPA, Presidente Associazione Crocevia – Catania) Coordinatore scientifico del Convegno
Gli ambienti della solitudine
Moderatore: Ugo Cantone (Preside della Facoltà di Architettura – Catania)
- Le solitudini nella società globale – Elena Liotta (Psicologa analista AIPA – Orvieto)
- I luoghi della solitudine – Carlo Truppi (Professore Facoltà di Architettura di Catania – Napoli)
- Performance teatrale “Le solitudini contemporanee” – Gioacchino Palumbo (Regista, Accademia delle Belle Arti – Catania) e Teatro del Molo2
I tempi della solitudine
Moderatore: Fulvio Giardina (Presidente Ordine Psicologi della Regione Siciliana)
- Fare da soli, essere e sentirsi soli – Magda Di Renzo (Psicologa analista CIPA, Responsabile Istituto di Ortofonologia – Roma)
- La solitudine raccontata dai bambini: una ricerca nelle città di Catania e Roma – Raffaella Maria Bonforte (Psicologa – Catania), Magda Di Renzo, Riccardo Mondo, Gabriella Toscano (Psicologa – Catania)
- Dialoghi sulle solitudini:dibattito con i relatori
Riflessioni sul Convegno Nazionale "Percorsi nella solitudine contemporanea"
Ha aperto i lavori il collega e psicologo analista Riccardo Mondo, Presidente dell’Associazione Crocevia, che, evidenziando l’aspetto paradossale ed ambivalente dell’esperienza della solitudine per l’animo umano, asserisce: Si potrebbe forse affermare che ogni condizione umana contenga una quota di desiderio della condizione di solitudine per l’anelato ritrovamento della dimensione più intima di noi stessi ed una quota di orrore per la stessa solitudine, come perdita della dimensione di appartenenza ad altri. Egli ha sottolineato come nella società contemporanea sembra aleggiare la ricerca ossessiva del contatto con l’altro, senza poi riuscire a maturare un senso di appartenenza. Questa compulsione alla relazione contribuisce fortemente a darci una visione negativa della solitudine che a sua volta genera disturbi. Riccardo Mondo coglie la profondità della solitudine nella creatività e nell’amicizia che, come sostieneJung, fiorisce soltanto quando ogni individuo è memore della propria individualità e non si identifica con gli altri.
Il Convegno nazionale “Percorsi nella Solitudine Contemporanea” ha rappresentato la tappa finale di questo percorso che ha stimolato i partecipanti ad una riflessione in un contesto più ampio.
Si è tenuto il 7 maggio a Catania presso le Biblioteche riunite “Civica e Ursino Recupero” ed è stato patrocinato dall’Ordine degli Psicologi della Regione Sicilia e dal Comune di Catania.
L’evento ha richiamato un pubblico ampio ed eterogeneo; varie le professionalità presenti in sala, fra cui colleghi psicologi ed insegnanti delle scuole che hanno consentito la realizzazione della ricerca.
Il convegno è stato strutturato in due sessioni: Gli ambienti della solitudine, moderata dal Preside della Facoltà di Architettura di Catania, Ugo Cantone e I tempi della solitudine, moderata dal Presidente dell’Ordine degli Psicologi della Regione Siciliana, Fulvio Giardina.
venerdì 6 febbraio 2004
Presentazione del libro: L'arco e la freccia. Prospettive per una genitorialità consapevole - Catania 6 febbraio 2004, Sala Biblioteca San Michele Minore
| di Riccardo Mondo Edizioni Magi, Roma, 2003 |
Riccardo Mondo – Autore del volume, Psicologo Analista AIPA
Elvira Seminara – Giornalista, Scrittice
Maria Concetta Sapienza Auteri – Psicoanalista didatta SIPP
Giuseppe Raniolo – Psicoanalista di Gruppo IPG
Etichette:
Eventi
Ubicazione:
Catania CT, Italia
mercoledì 1 gennaio 2003
L'arco e la freccia. Prospettive per una genitorialità consapevole.
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di Riccardo Mondo
Edizioni Magi, Roma, 2003
|
Il volume propone un’approfondita riflessione su uno dei temi più importanti della prevenzione primaria nella società contemporanea: l’Educazione alla Genitorialità. Gli interventi raccolti nel volume evidenziano la complessità implicita nell’esercizio del ruolo genitoriale. Questa complessità si manifesta oggi in ogni famiglia e in quei contesti professionali dove l’assunzione consapevole della propria funzione genitoriale diviene indispensabile per educare l’Altro. è necessario allo stesso tempo considerare la propria genitorialità come un elemento che assume significato educativo solo se inserito nella prospettiva di una pluralistica e multivaloriale Comunità Educante di cui ogni individuo è parte.
venerdì 1 novembre 2002
L’eresia di James Hillman e il popolo degli hillmaniani.
Quelli che approvano un'opinione privata la chiamano opinione;ma quelli che la disapprovano la chiamano eresia”
Hobbes, Leviatano
Il 13 Ottobre 2001, grazie alla sensibilità del nostro Ordine Professionale Regionale, Catania ha ospitato il prof. James Hillman per la prima volta in Sicilia.
È già trascorso un anno da quella esperienza ma in contrasto con l’accelerata voracità che caratterizza il nostro collettivo riguardo la produzione e consunzione di eventi, ritengo il tempo trascorso appena sufficiente per la sedimentazione di un’esperienza che è stata di importanza non ordinaria per la nostra Comunità professionale.
Un’eco di commozione accompagna quel ricordo, per me che ho avuto l’onore di contribuire all’organizzazione dell’evento e di presentarlo, introducendo il prof. James Hillman alle numerosissime persone presenti nella sala del Monastero dei Benedettini della facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Catania.
In questo senso il mio intervento avrà, grazie all’amicizia che mi lega al dott. Hillman, il valore di un’affettuosa testimonianza.
Non entrerò quindi in considerazioni critiche sull’impianto generale della teoresi hillmaniana, tale compito richiede ben altri spazi di riflessione e di approfondimento sull’opera del nostro Autore che, per la sua complessità, determina sovente in commentatori superficiali lo scadere in ingenue apologie da una parte, o in altrettanto acritici, difensivi quanto affrettati idiosincratici ostracismi dall’altra.
Questa tendenza a determinare aspri conflitti e dibattiti accesi è d’altra parte caratteristica dei grandi pensatori, che dotati di pensiero realmente dirimente costellano in alcuni “giovanili sensi di schieramento”, che sono contrari allo spirito della ricerca.
Il prof. Hillman ha un fascino indubbiamente carismatico, inoltre l’originalità della sua arte retorica arricchita da un linguaggio che attinge alle inesauribili risorse della Tradizione, il gusto per una ricerca sempre interdisciplinare ed in particolare l’attenzione dell’ultimo ventennio alle problematiche di autoreferenzialità del mondo analitico lo hanno posto in maniera originale all’attenzione del più vasto pubblico.
In un suo famoso saggio del 1989 “Dal narcisismo alla finestra: curare il narcisismo della psicoanalisi”, James Hillman affronta le carenze attuali del mondo psicoanalitico, sintetizzabili in una scarsa attenzione dell’analista all’importanza che il “mondo esterno” (Anima Mundi) e la “società civile” (come Polis) hanno come eventi simbolici nel determinare l’individuo e il suo adattamento.
Nei fatti Egli, amplificando alcuni elementi della teoria di C. G. Jung, inaugura una psicologia del profondo dell’estroversione, dove, e cito l’autore, “_il profondo anziché concepirlo soltanto come interno al soggetto , poteva essere trovato anche nell’oggetto, nelle immagini che il mondo ci offre_.”
In particolare l’autore precisa il ruolo svolto dalla Bellezza, come percezione estetica del mondo, nella sua psicologia del profondo.
Scrive infatti in “Politica della bellezza”:
Siamo inconsci delle nostre risposte estetiche.
E anche se il compito della terapia resta essenzialmente quello che è stato per tutto il ventesimo secolo, e cioè il tentativo di risvegliare la coscienza, è invece cambiato il focus di questa coscienza risvegliata.
Adesso diventare coscienti significa non soltanto diventare coscienti dei nostri sentimenti e dei nostri ricordi, ma soprattutto risvegliare le nostre risposte personali al bello e al brutto.
Siamo diventati inconsci dell’ impatto nel mondo, le nostre anime come murate nei suoi confronti.
Da quel momento la sua ricerca psicologica ha progressivamente popolato le strade, le piazze delle nostre città, anche vivificando la dignità dell’impegno politico.
In questo senso è possibile comprendere alcune provocazioni del nostro Hillman quando accusa gli psicoterapeuti di essere totalmente anestetizzati, di pretendere di curare, di sostenere o semplicemente indirizzare, senza una preventiva educazione estetica alla vita nelle sue forme.
Ricordo come, nel testo “L’anima del mondo e il pensiero del cuore”, accusi gli analisti d’essere molto attenti ai propri controtransfert sessuali ma incapaci di accorgersi che la loro poltrona è orrenda e la formaldeide vernicia lo spazio in cui operano.
Questi aspetti della ricerca dell’ultimo Hillman hanno determinato due dirette conseguenze: da una parte lo hanno avvicinato al mondo culturale contemporaneo e al grande pubblico, trasformandolo di fatto in unKulturkritiker; allo stesso tempo lo hanno esposto all’accusa dei settori più esoterici della cultura psicoanalitica che lo tacciano di populismo postmoderno, traditore nei fatti della matrice psiconalitica di cui è stato tra i maggiori assertori a livello internazionale.
Allo scrivente il problema pare mal posto e lo espliciterò con le seguenti considerazioni.
James Hillman è una prestigiosa personalità della cultura contemporanea, uno dei rari ed autentici talenti del mondo psicologico che travalica i confini della singola disciplina.
A sottolineare il significato che il pensiero dell’autore riveste per la cultura contemporanea, l’Enciclopedia Treccani del Novecento ha dedicato alla sua Psicologia Archetipica una voce autonoma. E’ questo un rarissimo caso tra gli psicologi contemporanei.
Ero ancora un giovane studente di psicologia quando incontrai alcuni suoi testi basilari: “Il mito dell’analisi”, “Re–Visione della psicologia”.
I miei interessi si orientavano già allora allo studio della psicoanalisi e della psicologia analitica e rimasi affascinato dall’indipendenza intellettuale dell’Autore, che, al di là di ogni facile e irriflessiva appartenenza fideistica di scuola, attaccava gli ismi di maniera, primo fra tutti quello del mito dell’analisi.
Va d’altra parte precisato che quest’operazione veniva attuata non da un qualunque denigratore del mondo analitico ma da James Hillman, direttore dello Jung Institut di Zurigo e già diretto allievo di Carl Gustav Jung.
Il 13 ottobre 2001 è stato interessante ed estremamente arricchente ritrovarsi ad ascoltarlo, insieme con amici e colleghi di diversi indirizzi teorici.
La tematica era invitante – Lo psicologo come protagonista e (vittima) dei processi di trasformazione culturale – e il Prof. Hillman era tra le persone più qualificate per affrontarla.
Alle 8,30 del mattino ogni posto era occupato e ben presto la sala era stracolma con parecchia gente che ascoltava pazientemente in piedi.
Perché tanto interesse e partecipazione?
Era forse la sala del convegno affollata solamente da appassionati “hillmaniani”?
No, non credo, come non immagino che esistano gli hillmaniani. Suppongo che solo l’ingenuità intellettuale di alcuni, accoppiata ad una insufficiente lettura della sua opera, possa creare degli hillmaniani.
Agli inizi degli anni novanta la mia conoscenza dell’autore era ancora occasionale e, durante un seminario, qualcuno tra i partecipanti chiese se esistevano un gruppo, un’associazione o una scuola da lui fondata alla quale aderire.
Il prof. Hillman rispose quasi stizzito che non esisteva niente di tutto questo, che lui era semplicemente uno studioso aderente all’Associazione Internazionale di Psicologia Analitica.
In effetti il nostro Autore non ha fondato né ha mai dato il suo imprimatur alla creazione di un qualsivoglia movimento che non fosse di condivisione intellettuale tra anime libere da legami istituzionali.
Il tempo e la maggiore conoscenza dell’autore mi hanno permesso di comprendere meglio il perché di quel suo atteggiamento di fastidio verso una pur lecita domanda e di articolare una mia ipotesi.
James Hillman è fondamentalmente un grande ereticodel mondo analitico e come tale segue il destino storico che caratterizza gli eretici.
L’affermazione di eresia non è casuale e richiama la negazione di alcuni dogmi portanti in seno ad un movimento. E’ il destino che caratterizzò Jung, per rimanere aderenti al discorso psicoanalitico, ma riguarda fondamentalmente il destino del pensare liberamente nei raggruppamenti umani. L’eretico non produce ex novo ma ipertrofizza una parte del discorso originario, che accetta come dotato di verità ma non come inconfutabile (dogma). L’eresia è una convinzione maturata individualmente, come attesta la sua etimologia (hàiresis=scelta); e l’eretico vuole essere un soggetto attivo della propria salvezza. Naturalmente, egli è visto come fumo negli occhi dai guardiani del soglio dell’ortodossia.
Letteralizzare Hillman, inventando degli hillmaniani che lo rendano una Sacra Scrittura alla quale attenersi, è un torto che non crediamo l’autore meriti. Egli aderendo perfettamente al principium individuationis teorizzato da Jung, che amava affermare “non esiste altro junghiano oltre me stesso”, in una sapiente ricerca tra adesione e distanza, non ha mai limitato la propria libertà intellettuale all’appartenenza all’ortodossia. Con il suo acume psicologico e con la maestria della sua penna ha osservato ogni metafora della tradizione psicoanalitica, in trasparenza, ed ha ridonato alla cultura psicologica immagini che tendevano ad isterilirsi. Obiettivo del nostro autore non è quindi quello di offrirci punti fermi che confermino teorie consolidate, bensì di erodere quei miti, quelle reificazioni concettuali con le quali molto spesso definiamo, operando, persone ed eventi. James Hillman non vuole donarci “certezze” come hanno fatto altri illustri predecessori, ma similmente allo stile incarnato nella Tradizione dalla mistica apofatica, egli ci parla dell’oggetto mostrandoci cosa esso non è.
Interessante in tal senso potrebbe essere la rilettura che propone in “Variazioni su Edipo” della metafora principe della psicoanalisi.
Metodologicamente egli intende quindi restituire alla psicologia la possibilità di guardare in trasparenza pratica e teoria psicologica, consentendo di intravedere le fantasie anteriori a fatti considerati troppo spesso automaticamente come evidenti e reali.
Vorrei ricordare qui ancora Jung, primo grande eretico del mondo psicoanalitico. Con la pubblicazione, nel 1912, di “Wandlungen und Symbole der Libido”, egli sancisce il percorso di allontanamento dal Maestro Freud. Nella sua autobiografia egli racconta che due anni prima – a Vienna – si era verificato tra i due il seguente colloquio, rivelatore delle intenzioni di entrambi: “_Mio caro Jung, promettetemi di non abbandonare mai la teoria della sessualità […] dobbiamo farne un dogma, un incrollabile *baluardo*”. “Prima di tutto”_ – è il commento di Jung – _“furono le parole baluardo e dogma che mi allarmarono, perché un dogma, cioè un’incrollabile dichiarazione di fede, viene stabilito solo quando si ha lo scopo di soffocare i dubbi una volta per sempre […] Fu un colpo che inferse una ferita mortale alla nostra amicizia_”.
Da quel momento, i due grandi studiosi della psicologia del profondo non si incontreranno più e ignoreranno le loro reciproche scoperte. Questo si è tacitamente perpetuato nel mondo odierno dove, a parte sporadici contatti, le due ortodossie procedono come due rette parallele, come fanno d’altronde la maggior parte delle ortodossie del mondo psicologico contemporaneo.
A questo proposito è interessante osservare come i programmi formativi previsti nelle diverse scuole di psicoterapia orientino l’allievo all’approfondimento di un modello teorico senza destinare sufficiente attenzione agli elementi di “saturazione” che ogni modello presenta.
La “saturazione” del proprio modello non viene approfondita in quanto scambiata come una “debolezza” della propria corporazione e resta celata dietro la fantasia onnipotente di modello “forte” totalmente autosufficiente.
Quanto detto non favorisce la strutturazione di uno spirito di pensiero libero e dubitante, che dovrebbe essere l’obiettivo formativo essenziale di uno psicoterapeuta, ma predispone semplicemente all’assunzione di dogmi di scuola o, come diremmo in termini più moderni, di assiomi che mal digeriti approfondiscono semplicemente un senso di appartenenza.
Sarebbe forse il caso di dedicare nei programmi formativi uno spazio maggiore agli eretici, ai battitori liberi della psicologia, che “indeboliscono” il proprio modello teorico di riferimento?
Due mesi fa, nel giardino pensile di un albergo di Firenze, alla luce di un tramonto primaverile, conversavo con James Hillman della calorosa accoglienza che i colleghi siciliani gli hanno riservato in quella giornata catanese e, tra gli altri argomenti, abbiamo ripreso il tema della formazione culturale dello psicoterapeuta. Quest’ultimo tema gli è molto caro ed ho con piacere ascoltato dalla voce di Hillman alcune delle tesi sviluppate nel suo “Cent’anni di psicoterapia e il mondo va sempre peggio”. Molto sinteticamente, in questo dialogo fiorentino egli sosteneva che lo psicoterapeuta ha smarrito la spinta “rivoluzionaria” che fu dei padri fondatori. La psicoterapia è diventata sempre più un grande business, troppo preoccupata dei risultati da dimostrare a discapito della ricerca di un percorso individuativo per le persone che si rivolgono ad essa. Lo psicoterapeuta si disinteressa eccessivamente di ciò che accade fuori della stanza di terapia, considerandola a torto un’isola separata da tutto il resto. Questo rischia di aggravare il narcisismo dei soggetti che li terapeuta vorrebbe aiutare e alimenta nei fatti lo sviluppo di una coscienza solipsistica che non si riconosce come appartenente al mondo. La psicoterapia rischia così di trasformarsi in una tecnica da acquisire e da applicare, senza una riflessione accurata sulle determinanti collettive del nostro ruolo professionale. Viene smarrito in tal modo il senso che accompagna il nostro agire professionale.
Queste sue riflessioni non mi hanno totalmente “catturato”, ma hanno certamente “eroso” qualche mia certezza. A mio avviso, al contrario è possibile, oltre che necessario, mantenere una tensione dialettica tra l’attività contestuale e intersoggettiva che ogni psicoterapia richiede e le più generali esigenze dell’_Anima Mundi_ alle quali Hillman ci richiama.
Spero di avere presto altre occasioni come in quella giornata, di ascoltare altri grandi studiosi della nostra disciplina, che ci insegnino comunque a considerare ciascun punto di vista psicologico come una verità parziale ma non contraddittoria – come insegnano le scienze della complessità – preparando il terreno alla pratica di un autentico politeismo psicologico, per usare un’espressione cara a James Hillman.
Per questi motivi, e contraddicendo quanto sopra sostenuto, auguro a tutti i colleghi di mantenersi nel metodo sufficientemente hillmaniani, quindi eretici, “irriverenti”, liberi pensatori, mai completamente dottrinali, che è l’unico modo per mantenere intensa la passione per la nostra complessa attività professionale.
di Riccardo Mondo
Giornale dell'Ordine degli Psicologi della Sicilia
anno V - n° 2 - Novembre 2002
di Riccardo Mondo
Giornale dell'Ordine degli Psicologi della Sicilia
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