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martedì 29 settembre 2020
giovedì 25 febbraio 2016
INTERVISTA DI RACHELE BOMBACI A RICCARDO MONDO - IL RESPIRO ONIRICO : IL REALE E L'IMMAGINALE
Il sogno puo' illudere, fidarsi ma non avere fede
Mondo: E' come un amico che ascoltiamo criticamente
(DIRE-Notiziario settimanale Psicologia) Roma, 23 feb. - Cos'e' un sogno: realta', irrealta' o illusione? "Puo' essere tante cose contemporaneamente, e la sua realta' dipende dal rapporto che la coscienza del sognatore ha con la sua esperienza onirica. È importante osservare come l'approccio al sogno sia determinato dalla cultura di appartenenza, che a sua volta definisce il rapporto tra realta' e irrealta'. Ad esempio, in alcune culture non si dice 'Ho fatto un sogno', ma 'Ho visto un sogno', 'Sono stato in un sogno'. La vera complessita' e' quindi distinguere nel sogno cio' che e' reale, da cio' che e' irreale e illusorio. Perche' i sogni possono illuderci, possono tendere, come direbbe Freud, a un soddisfacimento allucinatorio di un desiderio. E seguire acriticamente il messaggio onirico potrebbe portarci ad una deriva pericolosa". Il consiglio e' di Riccardo Mondo, docente di Psicologia del sogno nella Scuola di psicoterapia dell'eta' evolutiva dell'Istituto di Ortofonologia (IdO) di Roma.
L'analista junghiano terra' il 12 e 13 marzo nella Capitale un seminario su 'Il respiro onirico: il reale e l'immaginale.
Laboratorio di Psicologia archetipica', in via Alessandria 128 b dalle 9 alle 18.
- Possiamo fidarci dei sogni? "Come ci fidiamo di un amico, in maniera critica", risponde. "Dobbiamo avere un atteggiamento dialettico con il sogno, parlandogli come si farebbe a un amico del quale abbiamo fiducia ma non abbiamo fede. Possiamo fidarci del sogno se impariamo il suo linguaggio metaforico del come se- spiega l'esperto- altrimenti il rischio e' che la coscienza ascolti il messaggio onirico in maniera letterale, seguendo un principio di causa - effetto e di ordine temporale che appartiene alla coscienza diurna del sognatore. Il sogni raccontano i nostri miti personali, cosi' come i miti sono dei sogni collettivi.
Possiamo fidarci dei miti e delle fiabe solo se impariamo ad ascoltarli con un Io immaginale che mantiene un atteggiamento dialogico e dialettico".
- È possibile interpretare un sogno al di fuori del setting terapeutico? "Quello che conta e' condividerli. Per alcune culture il sogno non esiste se non lo si racconta. È molto importante l'alterita'. Le nostre stesse religioni fondamentali sono state in parte scritte in sogno, come accade nel Corano e in alcuni racconti presenti nella Bibbia. Il sogno- continua Mondo- ha un'importanza fondativa nel costruire la realta' e nel darci degli indirizzi valoriali, non e' solo una competenza dello psicoanalista. Per i terapeuti e' certamente un qualcosa che informa sulle debolezze della coscienza (ovvero le parti che l'Io ordinario non vede di se'), su come noi possiamo vedere diversamente i personaggi della nostra realta' esterna e, infine, informano sull'andamento della terapia e del rapporto con il terapeuta. Il sogno ha significato- sottolinea il professore della Scuola di specializzazione dell'IdO- se aggiunge qualcosa alla coscienza. A volte sono solo dettagli, sfumature. A volte ribadisce cio' che testardamente la coscienza non vuole vedere, come avviene con i sogni ricorrenti".
- Che vuol dire trasfert e controtrasfert quando si parla di utilizzo del sogno nella terapia? "In qualche modo il sogno racconta come la psiche inconscia del soggetto, in relazione con la psiche inconscia del terapeuta, segua l'evoluzione della terapia", chiosa Mondo. In sostanza, il sogno "ci da' informazioni sul processo di cura. In una psicoterapia individuale siamo almeno in quattro nella stanza di terapia : la mia coscienza e la coscienza del paziente, il mio inconscio e il suo inconscio. Sarebbe meglio dire che questi due individui sono due entita' gruppali che si interfacciano tra di loro, e che le parti psichiche inconsce aggiungono informazioni su cio' che accade tra di noi".
- Un sogno puo' intrappolare? "Il sogno non illude- ribadisce lo psicoanalista- ma illusorio e' l'atteggiamento con il quale leggo il messaggio. È la coscienza che costruisce l'illusione rendendo diverso cio' che il sogno realmente racconta. Possiamo illuderci, ad esempio, se trasformiamo l'immagine onirica in qualcosa che soddisfi il nostro desiderio. Il sogno non e' mai il problema perche' e' inconoscibile, ma lo e' quello che facciamo del racconto del sogno e quanto rimaniamo aderenti al suo messaggio".
- L'interpretazione di uno stesso sogno puo' cambiare nel tempo? "Vi possono essere delle basi archetipiche piu' profonde all'interno dei sogni che magari possono esplicitare ulteriori significati negli anni a venire. Potremmo parlare di un aspetto prospettico e finalistico nei sogni che inizialmente non capiamo. Magari rileggendoli dopo alcuni anni ne comprendiamo una base archetipica piu' universale. Il sogno e' la base meditativa per l'esperienza della coscienza. Come dicono i saggi- ricorda Mondo- l'unica reale possibile interpretazione del sogno e' il sogno stesso. Noi parliamo di cio' che facciamo dell'esperienza del sogno perche' e' gia' compiuto e ci informa".
- Cosa sono i miti personali? "Sono una particolare equazione tra personale e collettivo. Se la nostra storia come individui e' tracciata su base archetipica strutturale all'interno di modelli che sempre si ripetono- precisa lo psicoterapeuta- a livello personale noi realizziamo questi aspetti collettivi nella nostra storia individuale costruendo anche dei nuovi miti che ripercorrono per certi aspetti quelli classici. È possibile essere in certi momenti della vita guerrieri come Marte o comunicativi come Hermes. È da questo asse tra individuale e collettivo che si determina il nuovo mito, il mio mito. Il processo individuativo andrebbe visto chiedendoci: che mito sto vivendo in questo momento della vita? Non solo indagando il tipo di legame sentimentale o lavorativo, ma cercando di capire in che relazione sono con i modelli strutturali".
- Si dice che il primo sogno portato in analisi contenga tutto. È vero? "Le affermazioni definitive non mi piacciono. Diciamo che a volte il primo sogno portato in analisi ci informa prospetticamente. È possibile pero' che una persona faccia un sogno ma poi non lo racconti, oppure che la sua coscienza non sia capace di raccoglierlo. Magari il sogno arriva dopo un anno.
Alcuni raccontano il primo sogno all'analista dopo sei mesi perche' sono degli estroversi, totalmente concentrati sull'adattamento all'ambiente esterno e per loro il sogno e' irreale, illusorio. Una parte significativa della nostra vita scorre nel sogno ma molto poco ne ricordiamo e molto meno ne condividiamo- conclude Mondo- molti hanno cofanetti pieni di perle immaginali che non apriranno mai".
(Wel/ Dire)
Laboratorio di Psicologia archetipica', in via Alessandria 128 b dalle 9 alle 18.
- Possiamo fidarci dei sogni? "Come ci fidiamo di un amico, in maniera critica", risponde. "Dobbiamo avere un atteggiamento dialettico con il sogno, parlandogli come si farebbe a un amico del quale abbiamo fiducia ma non abbiamo fede. Possiamo fidarci del sogno se impariamo il suo linguaggio metaforico del come se- spiega l'esperto- altrimenti il rischio e' che la coscienza ascolti il messaggio onirico in maniera letterale, seguendo un principio di causa - effetto e di ordine temporale che appartiene alla coscienza diurna del sognatore. Il sogni raccontano i nostri miti personali, cosi' come i miti sono dei sogni collettivi.
Possiamo fidarci dei miti e delle fiabe solo se impariamo ad ascoltarli con un Io immaginale che mantiene un atteggiamento dialogico e dialettico".
- È possibile interpretare un sogno al di fuori del setting terapeutico? "Quello che conta e' condividerli. Per alcune culture il sogno non esiste se non lo si racconta. È molto importante l'alterita'. Le nostre stesse religioni fondamentali sono state in parte scritte in sogno, come accade nel Corano e in alcuni racconti presenti nella Bibbia. Il sogno- continua Mondo- ha un'importanza fondativa nel costruire la realta' e nel darci degli indirizzi valoriali, non e' solo una competenza dello psicoanalista. Per i terapeuti e' certamente un qualcosa che informa sulle debolezze della coscienza (ovvero le parti che l'Io ordinario non vede di se'), su come noi possiamo vedere diversamente i personaggi della nostra realta' esterna e, infine, informano sull'andamento della terapia e del rapporto con il terapeuta. Il sogno ha significato- sottolinea il professore della Scuola di specializzazione dell'IdO- se aggiunge qualcosa alla coscienza. A volte sono solo dettagli, sfumature. A volte ribadisce cio' che testardamente la coscienza non vuole vedere, come avviene con i sogni ricorrenti".
- Che vuol dire trasfert e controtrasfert quando si parla di utilizzo del sogno nella terapia? "In qualche modo il sogno racconta come la psiche inconscia del soggetto, in relazione con la psiche inconscia del terapeuta, segua l'evoluzione della terapia", chiosa Mondo. In sostanza, il sogno "ci da' informazioni sul processo di cura. In una psicoterapia individuale siamo almeno in quattro nella stanza di terapia : la mia coscienza e la coscienza del paziente, il mio inconscio e il suo inconscio. Sarebbe meglio dire che questi due individui sono due entita' gruppali che si interfacciano tra di loro, e che le parti psichiche inconsce aggiungono informazioni su cio' che accade tra di noi".
- Un sogno puo' intrappolare? "Il sogno non illude- ribadisce lo psicoanalista- ma illusorio e' l'atteggiamento con il quale leggo il messaggio. È la coscienza che costruisce l'illusione rendendo diverso cio' che il sogno realmente racconta. Possiamo illuderci, ad esempio, se trasformiamo l'immagine onirica in qualcosa che soddisfi il nostro desiderio. Il sogno non e' mai il problema perche' e' inconoscibile, ma lo e' quello che facciamo del racconto del sogno e quanto rimaniamo aderenti al suo messaggio".
- L'interpretazione di uno stesso sogno puo' cambiare nel tempo? "Vi possono essere delle basi archetipiche piu' profonde all'interno dei sogni che magari possono esplicitare ulteriori significati negli anni a venire. Potremmo parlare di un aspetto prospettico e finalistico nei sogni che inizialmente non capiamo. Magari rileggendoli dopo alcuni anni ne comprendiamo una base archetipica piu' universale. Il sogno e' la base meditativa per l'esperienza della coscienza. Come dicono i saggi- ricorda Mondo- l'unica reale possibile interpretazione del sogno e' il sogno stesso. Noi parliamo di cio' che facciamo dell'esperienza del sogno perche' e' gia' compiuto e ci informa".
- Cosa sono i miti personali? "Sono una particolare equazione tra personale e collettivo. Se la nostra storia come individui e' tracciata su base archetipica strutturale all'interno di modelli che sempre si ripetono- precisa lo psicoterapeuta- a livello personale noi realizziamo questi aspetti collettivi nella nostra storia individuale costruendo anche dei nuovi miti che ripercorrono per certi aspetti quelli classici. È possibile essere in certi momenti della vita guerrieri come Marte o comunicativi come Hermes. È da questo asse tra individuale e collettivo che si determina il nuovo mito, il mio mito. Il processo individuativo andrebbe visto chiedendoci: che mito sto vivendo in questo momento della vita? Non solo indagando il tipo di legame sentimentale o lavorativo, ma cercando di capire in che relazione sono con i modelli strutturali".
- Si dice che il primo sogno portato in analisi contenga tutto. È vero? "Le affermazioni definitive non mi piacciono. Diciamo che a volte il primo sogno portato in analisi ci informa prospetticamente. È possibile pero' che una persona faccia un sogno ma poi non lo racconti, oppure che la sua coscienza non sia capace di raccoglierlo. Magari il sogno arriva dopo un anno.
Alcuni raccontano il primo sogno all'analista dopo sei mesi perche' sono degli estroversi, totalmente concentrati sull'adattamento all'ambiente esterno e per loro il sogno e' irreale, illusorio. Una parte significativa della nostra vita scorre nel sogno ma molto poco ne ricordiamo e molto meno ne condividiamo- conclude Mondo- molti hanno cofanetti pieni di perle immaginali che non apriranno mai".
(Wel/ Dire)
mercoledì 24 febbraio 2016
mercoledì 29 aprile 2015
SEMINARIO CLINICO - UNIVERSITA' DEGLI STUDI DI MESSINA- 5 MAGGIO 2015 -
SEMINARIO CLINICO
DALL'INDIVIDUALISMO ALL'INDIVIDUAZIONE
LA PSICOLOGIA ANALITICA DI CARL GUSTAV JUNG
martedì 17 marzo 2015
DIRE Newsletter Psicologia Intervista di Rachele Bombace a Riccardo Mondo sul "Sogno e il mondo Infero" - Catania 27\28 Marzo
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sabato 23 marzo 2013
Video e Report del I seminario di Ars Hillmaniana
L’Istituto Mediterraneo di Psicologia
Archetipica ha organizzato a Catania il 23 marzo presso l’aula magna
dell’Istituto Boggio Lera il 1° seminario “Psicoanalisi e comunità Il paziente
come cittadino”, dedicato al pensiero e all’opera di James Hillman , uno dei
più grandi psicologi contemporanei, che dell’Istituto Mediterraneo è stato
Presidente onorario.
All’apertura dei lavori il dr Riccardo Mondo, in
qualità di moderatore e di presidente dell’IMPA, ha spiegato che con questo
primo seminario si apre un ciclo di incontri dal titolo “Ars Hillmaniana”, che
si prefigge di approfondire il pensiero e l’opera del grande Maestro,
attraverso il confronto e la partecipazione di studiosi nazionali e
internazionali.
Ma chi è James Hillman?
Si racconta che Anna Magnani, al truccatore che la stava
preparando per la scena di un film, abbia esclamato: “ Non mi togliere neppure
una ruga. Le ho pagate tutte care “. Per questa grande interprete del cinema
neorealista del dopo guerra, lo stare nel mondo e le numerose stratificazioni
che il tempo vissuto aveva sedimentato sul suo volto, non rappresentavano un
inestetismo da occultare.
Allo stesso modo, James Hillman teorizzava, in
ambito psicologico, che le piccole-grandi ferite, le conseguenti cicatrici, le
rugosità della nostra anima non andavano cancellate, giacché costituivano un
oriente, una mappa individuale e simbolica che il mondo continuamente traccia
in noi; rappresentavano il necessario ordito su cui tessere ogni nostra trama
narrativa, nella stanza d’analisi come nel teatro della vita.
Egli aggiungeva che ciò vale per il paziente ma
altrettanto per il terapeuta, il quale per poter guarire dovrà lui stesso
sperimentare e trarre insegnamenti dalle proprie ferite, come il mitico
Chirone, maestro di Aslepio il dio della medicina, ferito da una freccia
avvelenata dal sangue dell’Idra.
Ma la riflessione hillmaniana si è spinta ancora oltre ed in modo
singolare negli anni della sua maturità.
Nel suo libro‘Cento anni
di psicoterapia e il mondo va sempre peggio’James Hillman spiegò come la
psicoanalisi, avendo dato grande enfasi all’infanzia e alla relazione
paziente-analista, avesse poi finito per lasciare il mondo fuori dal rapporto
terapeutico.
Scrive Hillman: “ Nel 1980 a Firenze parlai a
Palazzo Vecchio del “ritorno della psiche nel mondo”.Il rapporto psichico non è
solo tra due persone, ma tra le persone e tutte le cose. Se parliamo dell’uomo,
non possiamo dimenticarci delle cose in cui si esprime, architettura, traffico,
pittura, letteratura, politica, agricoltura, ambiente, eccetera: insomma la
psiche nel mondo. Il mondo è clinica.”
Questo primo seminario
dal titolo “Psicoanalisi e comunità Il paziente come cittadino”, è stato
organizzato con l’intenzione di approfondire questa singolare svolta nel
pensiero hillmaniano.
Relatore principale è stato il prof. Franco
Livorsiordinario dell’Università di Milano e socio onorario delCIPA; lo stesso
che nel pomeriggio di venerdì aveva presentato presso la libreria Feltrinelli
il suo ultimo libro“L’avventura di Jung” e pubblicamente dichiarato le sue
antiche origini siciliane.
E proprio il confronto fra Jung e Hillman ha caratterizzato
la densa relazione del prof. Livorsi, che si è dipanata all’interno dell’
articolata cornice con la quale il dr Mario Tambone Reyes ha introdotto il tema
del seminario. Livorsi tracciando una simbolica croce, ha assimilato Jung
all’asse verticale che unisce Spirito e Materia e tende all’Uno, e Hillman
all’asse orizzontale, che promuove e mantiene la Molteplicità, favorendo in tal
modo il ritorno della psiche nel mondo.
La mattinata è proseguita con tre amplificazioni
immaginali.
Con la prima siamo passati per la “Badiazza”, un
raro e affascinante esempio di chiesa fortezza normanna, ferita da anni di
oblio, abbandono e incuria, dove abbiamo avvertito il ri-animarsi del “luogo
ritrovato”; ritrovato grazie ad un gesto, una risposta estetica promossa dal Dr
Matteo Allone, che recupera quel sentimento sociale che consente di immaginare
se stessi come cittadini,(…) in cui l’attrazione per l’interiorità si
manifesterà necessariamente come attrazione per l’esteriorità(1).
Oscillando tra interno ed esterno, come su un
immaginario nastro di Moebius, ci siamo ritrovati a percorrere con la dott.ssa
Antonella Russo le vie di una città immaginaria, ascoltando le risonanze
psichiche di una singolare toponomastica.
E cosa poteva esserci di meglio, alla fine di questa
varia, insolita passeggiata, del fantasioso desco apparecchiato per noi dal
dott. Biagio Salmeri a partire dalla “Cucina del Dr Freud”? Abbiamo assaporato
i peculiari sapori di un racconto variamente impastato con sinestesica
“gustosità” e sottigliezza verbale, nella sua essenza, genuinamente
hillmaniano.
domenica 25 febbraio 2007
Intervista di Rossella Jannello a Riccardo Mondo
I barbari sintomo della malattia della città
«Sul tema “Città, sport e violenza” ragionava già James Hillman ai tempi di “Italia ‘90”. Partendo da un assunto: la prima preoccupazione di Edipo non riguardava la sfera familiare, ma era quella di salvare Tebe, la sua città». Il dott. Riccardo Mondo, psicanalista junghiano e fondatore dell’ Istituto Mediterraneo di Psicologia Archetipica , «legge» così quello che è accaduto a Catania. «Dove il problema individuale – spiega – non può essere disgiunto da quello della città e la “malattia” dell’individuo da quella della città».
Ecco perché l’analisi di Riccardo Mondo non può che essere assolutamente duplice: da un lato i ragazzi violenti, dall’altro la città violenta e violata. «Mi ha molto colpito – spiega – nell’intervista al capo della Squadra mobile Signer l’affermazione che fra i genitori dei 70 ragazzi fermati non c’è ne sia stato uno che, prima di giustificare il figlio, gli abbia dato una “timpulata” per quello che aveva fatto».
E questo che segnale è? «È il segnale che a essere in crisi non sono soltanto i figli, ma anche i genitori. Soprattutto perché in questo caso la violenza è stata rivolta alle forze dell’ordine, ai custodi della civiltà, che svolgono o dovrebbero svolgere nella città una funzione genitoriale. C’è stata un’orda barbarica, insomma, quel giorno in piazza Spedini. Ma i barbari non vengono dal nulla, ma sono stati “educati” dalla famiglia e dalla società per divenire tali. Il barbaro attacca la civiltà nella quale non si riconosce e i rituali che non accetta come suoi».
Come sono questi “barbari”?
«In un libro li definisco “preistorico-tecnologici”. I giovani sono regrediti a uno stadio preistorico, cioè non hanno storia alle spalle, e vivono per il soddisfacimento dei loro bisogni. Ma non avendo, al contrario degli uomini preistorici alcun contatto con la Natura, soddisfano i loro bisogni in modo virtuale attraverso il cellulare, il pc, eccetera e questo non dà loro il senso del limite umano. E se si sospende la loro possibilità di fruire in modo piacevole del mondo, “impazziscono”. Ecco perché colpisce l’assenza della “timpulata”. Colpisce perché questi genitori non hanno avviato una riflessione sul loro progetto educativo per capire se, dove e come hanno sbagliato. Anche perché i genitori dimenticano spesso che l’obiettivo primario per un figlio è farne un buon cittadino. E un buon cittadino non può vivere nel paradiso terrestre e godere all’infinito…».
Quali sono gli interrogativi che si dovrebbe porre un genitore?
«Per esempio, quale spazio di convivialità hanno i ragazzi dentro e fuori casa. Come stanno a casa? Come mangiano a tavola? Come comunicano? Meno si comunica e più si lascia spazio all’azione, alla rabbia. Laddove manca la convivialità, la possibilità di confrontarsi, di raccontarsi, là aumenta la barbarie».
Dunque, è l’assenza di comunicazione a portare ad azioni violente?
«Questo accade in una città violenta e violata come la nostra dove non ci sono spazi significativi di incontro e di confronto». In che senso? «La città è un luogo in cui gli individui si dovrebbero incontrare, passeggiare, chiacchierare, stare bene. Catania invece è sempre meno una città a misura di chi passeggia. Non passeggiamo più, camminiamo in fretta fra le auto: non ci sono più marciapiedi. Il marciapiede, vede, è la maggiore espressione di civiltà di una città perché il marciapiede è lo spazio dove l’individuo cammina e nel frattempo lascia tempo al pensiero, alle idee. In via Morosoli ad esempio, a due passi dal Giardino Bellini il marciapiedi è costantemente violato e soppresso dalle auto. Nessun pedone lo usa più e laddove i marciapiedi diventano sempre meno usati, sempre più la criminalità aumenta. E mentre si passeggia sempre meno, si sta sempre più nei bunker-auto a sviluppare rabbia e aggressività». Una situazione al quale il catanese è abituato… «Sì, come è abituato alle centinaia di ambulanti abusivi, extracomunitari e non, che esercitano il commercio a pochi metri dai negozianti che pagano le tasse. O all’assalto spesso violento che subiamo ai semafori. O alla violenza quotidiana delle auto in seconda fila che restringono sempre più gli spazi urbani. O alla movida del centro storico che violenta gli spazi dei residenti. O alla sporcizia, all’incuria delle strade che è un atto aggressivo e di negligenza nei confronti di uno spazio che non si ama più».
Se questa è la diagnosi, quale può essere la cura?
Il ruolo fondamentale è quello del vigile urbano e del tutore dell’ordine in generale. Proprio per la loro funzione genitoriale nei confronti della città. La sua diventa una figura morale di riferimento se svolge sempre bene il suo compito. Se invece, il vigile si volta dall’altra parte, a fronte di una violazione delle norme, i cittadini non acquisiranno un codice interno. I genitori devono scontrarsi con i ragazzi, ma bisogna avere certezza delle regole e delle pene. E i vigili, i poliziotti devono fare rispettare una norma sempre. Dal divieto di sosta alla mancanza del casco, al pagamento delle tasse, eccetera. Sennò, il giovane che passa e osserva, interiorizza che la nostra è una città senza regole. Perché noi come gli animali, apprendiamo dalla percezione prima che dalla lezione. Ci possono essere mille conferenze sulla legalità a scuola, ma se poi il ragazzo esce e vede che non multano tutti coloro che non hanno il casco, il messaggio è che nella nostra città le regole sono all’acqua di rose».
Un consiglio a chi ci amministra?
«Premesso che la violenza non può essere eliminata, ma arginata e convogliata, non servono misure drastiche, che nascono dall’impotenza. Piuttosto, a Catania come in altre realtà metropolitane lo sguardo dell’uomo deve posarsi prima su di sé. Non ci sono soluzioni uguali per tutti, ma ci sono soluzioni individuali e soprattutto soluzioni per quel luogo. Soprattutto ci vuole continuità. E concretezza. Gli amministratori girino a piedi la città. E comprenderanno».
Rossella Jannello
da “La Sicilia” del 25 febbraio 2007
«Sul tema “Città, sport e violenza” ragionava già James Hillman ai tempi di “Italia ‘90”. Partendo da un assunto: la prima preoccupazione di Edipo non riguardava la sfera familiare, ma era quella di salvare Tebe, la sua città». Il dott. Riccardo Mondo, psicanalista junghiano e fondatore dell’ Istituto Mediterraneo di Psicologia Archetipica , «legge» così quello che è accaduto a Catania. «Dove il problema individuale – spiega – non può essere disgiunto da quello della città e la “malattia” dell’individuo da quella della città».
Ecco perché l’analisi di Riccardo Mondo non può che essere assolutamente duplice: da un lato i ragazzi violenti, dall’altro la città violenta e violata. «Mi ha molto colpito – spiega – nell’intervista al capo della Squadra mobile Signer l’affermazione che fra i genitori dei 70 ragazzi fermati non c’è ne sia stato uno che, prima di giustificare il figlio, gli abbia dato una “timpulata” per quello che aveva fatto».
E questo che segnale è? «È il segnale che a essere in crisi non sono soltanto i figli, ma anche i genitori. Soprattutto perché in questo caso la violenza è stata rivolta alle forze dell’ordine, ai custodi della civiltà, che svolgono o dovrebbero svolgere nella città una funzione genitoriale. C’è stata un’orda barbarica, insomma, quel giorno in piazza Spedini. Ma i barbari non vengono dal nulla, ma sono stati “educati” dalla famiglia e dalla società per divenire tali. Il barbaro attacca la civiltà nella quale non si riconosce e i rituali che non accetta come suoi».
Come sono questi “barbari”?
«In un libro li definisco “preistorico-tecnologici”. I giovani sono regrediti a uno stadio preistorico, cioè non hanno storia alle spalle, e vivono per il soddisfacimento dei loro bisogni. Ma non avendo, al contrario degli uomini preistorici alcun contatto con la Natura, soddisfano i loro bisogni in modo virtuale attraverso il cellulare, il pc, eccetera e questo non dà loro il senso del limite umano. E se si sospende la loro possibilità di fruire in modo piacevole del mondo, “impazziscono”. Ecco perché colpisce l’assenza della “timpulata”. Colpisce perché questi genitori non hanno avviato una riflessione sul loro progetto educativo per capire se, dove e come hanno sbagliato. Anche perché i genitori dimenticano spesso che l’obiettivo primario per un figlio è farne un buon cittadino. E un buon cittadino non può vivere nel paradiso terrestre e godere all’infinito…».
Quali sono gli interrogativi che si dovrebbe porre un genitore?
«Per esempio, quale spazio di convivialità hanno i ragazzi dentro e fuori casa. Come stanno a casa? Come mangiano a tavola? Come comunicano? Meno si comunica e più si lascia spazio all’azione, alla rabbia. Laddove manca la convivialità, la possibilità di confrontarsi, di raccontarsi, là aumenta la barbarie».
Dunque, è l’assenza di comunicazione a portare ad azioni violente?
«Questo accade in una città violenta e violata come la nostra dove non ci sono spazi significativi di incontro e di confronto». In che senso? «La città è un luogo in cui gli individui si dovrebbero incontrare, passeggiare, chiacchierare, stare bene. Catania invece è sempre meno una città a misura di chi passeggia. Non passeggiamo più, camminiamo in fretta fra le auto: non ci sono più marciapiedi. Il marciapiede, vede, è la maggiore espressione di civiltà di una città perché il marciapiede è lo spazio dove l’individuo cammina e nel frattempo lascia tempo al pensiero, alle idee. In via Morosoli ad esempio, a due passi dal Giardino Bellini il marciapiedi è costantemente violato e soppresso dalle auto. Nessun pedone lo usa più e laddove i marciapiedi diventano sempre meno usati, sempre più la criminalità aumenta. E mentre si passeggia sempre meno, si sta sempre più nei bunker-auto a sviluppare rabbia e aggressività». Una situazione al quale il catanese è abituato… «Sì, come è abituato alle centinaia di ambulanti abusivi, extracomunitari e non, che esercitano il commercio a pochi metri dai negozianti che pagano le tasse. O all’assalto spesso violento che subiamo ai semafori. O alla violenza quotidiana delle auto in seconda fila che restringono sempre più gli spazi urbani. O alla movida del centro storico che violenta gli spazi dei residenti. O alla sporcizia, all’incuria delle strade che è un atto aggressivo e di negligenza nei confronti di uno spazio che non si ama più».
Se questa è la diagnosi, quale può essere la cura?
Il ruolo fondamentale è quello del vigile urbano e del tutore dell’ordine in generale. Proprio per la loro funzione genitoriale nei confronti della città. La sua diventa una figura morale di riferimento se svolge sempre bene il suo compito. Se invece, il vigile si volta dall’altra parte, a fronte di una violazione delle norme, i cittadini non acquisiranno un codice interno. I genitori devono scontrarsi con i ragazzi, ma bisogna avere certezza delle regole e delle pene. E i vigili, i poliziotti devono fare rispettare una norma sempre. Dal divieto di sosta alla mancanza del casco, al pagamento delle tasse, eccetera. Sennò, il giovane che passa e osserva, interiorizza che la nostra è una città senza regole. Perché noi come gli animali, apprendiamo dalla percezione prima che dalla lezione. Ci possono essere mille conferenze sulla legalità a scuola, ma se poi il ragazzo esce e vede che non multano tutti coloro che non hanno il casco, il messaggio è che nella nostra città le regole sono all’acqua di rose».
Un consiglio a chi ci amministra?
«Premesso che la violenza non può essere eliminata, ma arginata e convogliata, non servono misure drastiche, che nascono dall’impotenza. Piuttosto, a Catania come in altre realtà metropolitane lo sguardo dell’uomo deve posarsi prima su di sé. Non ci sono soluzioni uguali per tutti, ma ci sono soluzioni individuali e soprattutto soluzioni per quel luogo. Soprattutto ci vuole continuità. E concretezza. Gli amministratori girino a piedi la città. E comprenderanno».
Rossella Jannello
da “La Sicilia” del 25 febbraio 2007
sabato 15 ottobre 2005
CONVEGNO - SIRACUSA - CARO HILLMAN... OLTRE FREUD E JUNG
Caro
Hillman... oltre Freud e Jung
Venticinque scambi epistolari con J.Hillman
padre della Psicologia Archetipica
venerdì 14 ottobre
2005 -
Ex Convento del Ritiro, Via Mirabella 29-31,Siracusa - H.17.00
PROGRAMMA
Dott. Fulvio Giardina
Presidente Ordine degli Psicologi
della Regione Siciliana
saluti
Prof.ssa Lucia Arsì
Presidente Centro Culturale
Epicarmo
Prolusione
Dott. Luigi Turinese
Medico,Psicologo analista, membro
ordinario dell'AIPA, saggista( Roma)
...ma é necessario separarsi?
Dott. Riccardo Mondo
Psicoterapeuta, psicologo
analista, membro ordinario dell'AIPA, saggista ( Catania)
...la separazione é una cura
E' presente il Maestro Manlio Sgalambro, filosofo
Rita Abela, attrice
...voce poetante
Interventi
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Intervista a Lucia Arsì,presidente del Centro Culturale
Epicarmo, su J.Hillman
Venerdì 14 ottobre alle ore 17.00 nel salone dell’ex
Convento del Ritiro, il Centro Culturale Epicarmo parlerà di Hillman, padre
della Psicologia Archetipica. Alla prof. Lucia Arsì chiediamo una riflessione
sul filosofo J.Hillman.
- Noi del Centro Epicarmo sostiamo su Hillman perché
riteniamo che sia la voce più autorevole della contemporaneità e sappia dare
chiarezza agli intrighi esistenziali.
D: Quale il “Pensiero” di J.Hillman?
-E’ un pensiero “distorto” rispetto alla matrice junghiana
ed è un Pensiero del cuore e dell’Immaginazione. Il pensiero forte, lineare,
cartesiano, tirannico, non convince più; siamo sazi di guerra, di violenza,
di soprusi; siamo stanchi di adorare il dio della reificazione. Il filosofo,
sulla scia vichiana degli Universali fantastici e tornando ad Agostino,
suggerisce il Pensiero Immaginale, quell’immagine nucleare, fondante,
primaria che l’Intelligenza attiva fomenta grazie al concorso della
Volontà,della Intelligenza critica e dell’Amore. E sono quelle Immagini
primarie che la mente poetante dei Greci hanno personizzato nei Miti.
D: Ogni mito rappresenta l’origine?
- Ogni mito o variante del mito, a chi sappia
deletteralizzare, suggerisce la chiave di lettura della realtà psichica.
D: Quale mito è rappresentativo dell’Oggi?
- Il mito del forzuto Ercole, dell’Io tirannico e
irrispettoso della pluralità, è in declino.Il mito di oggi è altro. Gli
invisibili che agiscono, oggi, sono Marte e Afrodite,il fascino della guerra
che può essere sedata solamente da immagini belle(Afrodite).Bellezza e
giustizia possono salvarci.
D:Il globale, il gigantesco, piace a Hillman?
- I titani furono annientati da Zeus perché osteggiavano
l’ordine, il Kosmos. E Kosmos significa ordine, misura. Solo il “piccolo” è
bello, perché è a misura d’uomo. La convivenza è Rispetto dell’altro,
conoscenza dell’anima dell’altro, e l’anima è l’intima natura eco-psichica
dell’uomo sulla terra.
D: Hillman è un patriarca?
- No, Hillman non accetta la coscienza egoica, al
maschile; la coscienza é bisessuale, ermafrodita, coscienza completa
del femminile, la sola che permette di guardare oltre il visibile, nella
direzione inferiore,fisica,mariana,verso thanatos, che rappresenta il limite,
la fine, per poi tornare. Le“persone” di Alcesti, Antigone, di Psiche
disvelano questo processo coscienziale.Ma chi se non la madre avverte la Vita
che è inizio e fine, nel momento in cui dà inizio ad una vita che sicuramente
finirà?
D: il filosofo Hillman come pensa la città?
- Una città bella e giusta e quindi ordinata, sensibile
alla Memoria storica, che sa indicare il Popolo che abita la psiche
cittadina(violenza,amore,paura, vergogna, gioia); una città vera deve
appellarsi a sofrosyne per l’equilibrio dei ruoli, a Hestia che salvaguardi
il comune, che è il centro di ogni luogo mentale e fisico, e rigettare
nichilismo e narcisismi.
D:Condivide il politeismo di Hillman?
- Hillman è un politeista dal punto di vista psicologico e
non teologico e questo lo condivido.
D: Il filosofo Manlio Sgalambro è presente nel saggio Caro
Hillman…
-Il Maestro, nel saggio “Caro Hillman…”,in cui 25
Intelligenze Italiane hanno condiviso o rigettato idee di Hillman,
riflettendo sull’uomo nella contemporaneità, ha inserito una Poesia “sul
Vecchio” e Hillman ha così risposto:la vita non sottoposta ad esame è proprio
quella che è degna di essere vissuta e Lei ha convalidato il mio pensiero
scrivendo:la bellezza del vivere per nessuno scopo, del vivere per vivere.
Posso incontrarla un giorno nel suo caffè preferito?
Quanta bellezza nelle parole di Entrambi!
D: Il saggio “caro Hillman… è curato da due analisti?
- Si, due insigni professionisti della psiche: il dott.
Luigi Turinese, romano, e il dott. Riccardo Mondo, catanese, che hanno saputo
tessere una fitta ragnatela epistolare, di amicizia e di incontro(hanno presentato
Hillman al Monastero dei Benedettini,Università di Catania, facoltà di
lettere e filosofia,nell’ottobre del 2001, dibattendo il tema : Lo psicologo
come protagonista nei processi di trasformazione culturale). L’obiettivo dei
due saggisti è quello di dare un contributo alla psicologia, partendo
dall'Idea di un saggio pluralista”. Una immagine incarnatasi nella
molteplicità.
D: Un augurio: In bocca al…
-
Ai daimones, per rimanere in tema,oppure “Ad afannes…,per dire come Epicarmo.
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lunedì 25 ottobre 2004
L'intervista di Elvira Seminara a Riccardo Mondo
Battiato, lettera-ritratto a Hillman
Hillman ama Catania. Freme sorpreso davanti ai cesti odorosi della pescheria, sente ancora (ma come fa) le risate degli dei in certe vie oscure di Catania. E i catanesi amano Hillman. Individualmente, in gruppo, in associazioni create in suo nome.
È nato così, come fosse un gioco, dunque nel segno del “puer” tanto caro a Jung, questo libro prezioso e stravagante, inventato a Catania e scritto a più mani con James Hillman, per lui e contro di lui, “Caro Hillman…”, edito dalla Bollati Boringhieri.
L’idea è venuta ai due psicoanalisti e amici Riccardo Mondo (che vive a Catania) e Luigi Turinese (che vive a Roma), proprio nel corso di un incontro col grande psicoanalista e filosofo (post)junghiano, di Atlantic City il quale – racconta Mondo – appena ha sentito quel sacro odore di eresia ha detto sì.
In che senso “eresia”?
“Hillman è un eretico perché ha rielaborato in modo molto personale il pensiero del maestro Jung, ma lui stesso esalta il valore positivo dell’eresia in quanto superamento, dialettica, trasgressione. Per questo ha accettato di partecipare a questo libro, composto secondo un’estetica pop.
Il libro si dipana attraverso 25 lettere scritte da altrettanti intellettuali e psicoanalisti. Per ogni lettera ad Hillman, la sua risposta. Perché il genere epistolare, un po’ obsoleto?
“È soprattutto un omaggio a Freud e Jung, al loro straordinario epistolario purtroppo bruscamente interrotto per la rottura sul tema della libido. E’ qui, da questa ideale ultima lettera strappata, che ripartiamo per ricucire un dialogo. Quelle preziosissime lettere furono l’unico e ultimo tentativo di conciliare analisi freudiana e analisi junghiana”.
Con quale criterio avete scelto gli autori delle lettere?
“Varietà e competenza. Ci sono tra gli altri studiosi come Silvia Vegetti Finzi e Bianca Garufi, esperti di psichiatria come Bruno Callieri, filosofi come Sgalambro e Grazia Marchianò, psicologi come Aldo Carotenuto, poeti come Arturo Schwarz, musicisti come Battiato. Lettere più complesse e lettere più semplici, il libro vuol essere per tutti gli interessati, non per pochi addetti”.
E le tracce tematiche?
“Abbiamo scelto quattro temi suddivisi tra gli autori, Tracce di Jung, Destino e Individuazione, Therapeia e Un muovo umanesimo tra etica ed estetica. Alla fine abbiamo portato a mano tutto il materiale a Hillman. Infatti, pur essendo un pensatore innovativo e uno scrittore fecondissimo, lui non usa computer e posta elettronica. Ha una vecchia macchina da scrivere e al massimo, se ha fretta, usa il fax…”.
Il che, immagino, ha rallentato un po’ la comunicazione fra voi…
“C’era un’emozione diversa. Hillman non rispondeva, non scriveva, era stanco. Poi all’improvviso, in cinque giorni, cominciò a scrivere e non si fermò più. I suoi fax, uno dopo l’altro, arrivavano a casa mia nel cuore della notte, per il diverso fuso orario, ma era magico anche questo, vedere scorrere su quel rullo le sue parole intrise di anima e di daimon… ”
Nel testo ci sono anche alcuni ammaliati oppositori, tipo Augusto Romano, che sostanzialmente rimprovera Hillman di avere messo in scena una splendida coreografia che occulta crepe del pensiero. Altri gli rimproverano quasi di essere stato un (grande) profeta della new age. La Vegetti Finzi lo accusa di essere un maestro e traditore. Qualche disagio, per le lettere meno lusinghiere?
“No, non ha mai chiesto correzioni, e ha risposto a tutte con sapienza e raffinatezza. Del resto lui ama troppo il confronto, e detesta le scuole, i conformismi…”
La lettera più bizzarra?
“Quella di Franco Battiato. È un ritratto dello stesso Hillman, che abbiamo poi messo in copertina. C’è un vecchio distinto dall’aria ascetica e un po’ astratta. Lunare e malinconico. È piaciuto molto a Hillman, soprattutto per quell’occhio sinistro da fanciullo”.
Articolo pubblicato su La Sicilia, 25 ottobre 2004
Hillman ama Catania. Freme sorpreso davanti ai cesti odorosi della pescheria, sente ancora (ma come fa) le risate degli dei in certe vie oscure di Catania. E i catanesi amano Hillman. Individualmente, in gruppo, in associazioni create in suo nome.
È nato così, come fosse un gioco, dunque nel segno del “puer” tanto caro a Jung, questo libro prezioso e stravagante, inventato a Catania e scritto a più mani con James Hillman, per lui e contro di lui, “Caro Hillman…”, edito dalla Bollati Boringhieri.
L’idea è venuta ai due psicoanalisti e amici Riccardo Mondo (che vive a Catania) e Luigi Turinese (che vive a Roma), proprio nel corso di un incontro col grande psicoanalista e filosofo (post)junghiano, di Atlantic City il quale – racconta Mondo – appena ha sentito quel sacro odore di eresia ha detto sì.
In che senso “eresia”?
“Hillman è un eretico perché ha rielaborato in modo molto personale il pensiero del maestro Jung, ma lui stesso esalta il valore positivo dell’eresia in quanto superamento, dialettica, trasgressione. Per questo ha accettato di partecipare a questo libro, composto secondo un’estetica pop.
Il libro si dipana attraverso 25 lettere scritte da altrettanti intellettuali e psicoanalisti. Per ogni lettera ad Hillman, la sua risposta. Perché il genere epistolare, un po’ obsoleto?
“È soprattutto un omaggio a Freud e Jung, al loro straordinario epistolario purtroppo bruscamente interrotto per la rottura sul tema della libido. E’ qui, da questa ideale ultima lettera strappata, che ripartiamo per ricucire un dialogo. Quelle preziosissime lettere furono l’unico e ultimo tentativo di conciliare analisi freudiana e analisi junghiana”.
Con quale criterio avete scelto gli autori delle lettere?
“Varietà e competenza. Ci sono tra gli altri studiosi come Silvia Vegetti Finzi e Bianca Garufi, esperti di psichiatria come Bruno Callieri, filosofi come Sgalambro e Grazia Marchianò, psicologi come Aldo Carotenuto, poeti come Arturo Schwarz, musicisti come Battiato. Lettere più complesse e lettere più semplici, il libro vuol essere per tutti gli interessati, non per pochi addetti”.
E le tracce tematiche?
“Abbiamo scelto quattro temi suddivisi tra gli autori, Tracce di Jung, Destino e Individuazione, Therapeia e Un muovo umanesimo tra etica ed estetica. Alla fine abbiamo portato a mano tutto il materiale a Hillman. Infatti, pur essendo un pensatore innovativo e uno scrittore fecondissimo, lui non usa computer e posta elettronica. Ha una vecchia macchina da scrivere e al massimo, se ha fretta, usa il fax…”.
Il che, immagino, ha rallentato un po’ la comunicazione fra voi…
“C’era un’emozione diversa. Hillman non rispondeva, non scriveva, era stanco. Poi all’improvviso, in cinque giorni, cominciò a scrivere e non si fermò più. I suoi fax, uno dopo l’altro, arrivavano a casa mia nel cuore della notte, per il diverso fuso orario, ma era magico anche questo, vedere scorrere su quel rullo le sue parole intrise di anima e di daimon… ”
Nel testo ci sono anche alcuni ammaliati oppositori, tipo Augusto Romano, che sostanzialmente rimprovera Hillman di avere messo in scena una splendida coreografia che occulta crepe del pensiero. Altri gli rimproverano quasi di essere stato un (grande) profeta della new age. La Vegetti Finzi lo accusa di essere un maestro e traditore. Qualche disagio, per le lettere meno lusinghiere?
“No, non ha mai chiesto correzioni, e ha risposto a tutte con sapienza e raffinatezza. Del resto lui ama troppo il confronto, e detesta le scuole, i conformismi…”
La lettera più bizzarra?
“Quella di Franco Battiato. È un ritratto dello stesso Hillman, che abbiamo poi messo in copertina. C’è un vecchio distinto dall’aria ascetica e un po’ astratta. Lunare e malinconico. È piaciuto molto a Hillman, soprattutto per quell’occhio sinistro da fanciullo”.
Articolo pubblicato su La Sicilia, 25 ottobre 2004
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