sabato 1 ottobre 2005

Caro Hillman: la recensione di Lilia di Rosa


“Una conversazione fa cambiare direzione alle cose. E per ogni conversazione esiste un “verso”, un rovescio, un lato opposto. Io credo che sia proprio questo verso, questo esporre la visione opposta, il compito del nostro parlare….”

A cura di Luigi Turinese e Riccardo Mondo
Non credo ci sia forma migliore per aderire a questa affermazione di Hillman dello stile epistolare scelto da Riccardo Mondo e Luigi Turinese per dialogare proprio con lui, e con le diverse facce che ogni voce gli attribuisce: Maestro, Traditore, Eretico, Bricoleur…: Caro Hillman, edito da Borihghieri, è infatti un dialogo a più voci tra domande, riflessioni e commenti che diverse figure della psicologia analitica e della cultura italiana – artisti, filosofi – gli pongono direttamente sulla sua visione della psicologia, che è poi una visione del mondo e della vita. Ogni lettera racchiude il pensiero e la personalità di chi la scrive, rendendo più vivace ed acuta la risposta, e ancor più viva e dinamica la sua psicologia, che lungi dal proporsi come sistema ideologico, intende dialogare con la pluralità dei punti di vista, con i suoi oppositori così come con i suoi estimatori. Del resto, nulla del pensiero di J. Hillman ha a che fare con posizioni preordinate, se non quella di rimanere fedele a se stesso rispondendo con i sentimenti che ogni domanda o ogni dissenso gli suscita, con le immagini che le stesse gli evocano, più che un fornire spiegazioni razionali o motivazioni difensive. L’unica spiegazione possibile, e che credo dovrebbe rimanere sempre presente in chiunque accosti la sua opera, è forse rintracciabile in quella metafora delle perle riportata nella sua prima lettera: “…Perché la psicologia per me è aprire le ostriche e pulire le perle, cioè recuperare e portare alla luce e indossare quotidianamente la vita dell’immaginazione, che non può redimere la tragedia, non lenire la sofferenza, ma può arricchirle e renderle più tollerabili, interessanti e preziose”. Con questa affermazione Hillman spiega non solo la sua difficoltà ad intendersi con il mondo accademico, ma racchiude il senso più profondo e più vitale del suo mondo che non può essere colto se non come dono di bellezza e non come sistema teorico cui ricondursi per rimanerne soffocato, nemmeno quello della psicologia analitica cui si è soliti avvicinarlo. Del resto, è questa libertà di “infilare le perle” ognuno a modo proprio l’aspetto più intrinseco alla matrice junghiana, a quel processo di individuazione che dovrebbe condurre ogni uomo ad incarnare perfettamente sé stesso. Inoltre, con le stesse parole, risponde inequivocabilmente a chi, preoccupato, teme che in tanta bellezza si possa smarrire il senso del tragico, o quanto meno se ne possa perdere in profondità e spessore (A. Romano).Certo non è facile accostare il metodo mercuriale di Hillman, che non vuole stare da qualche parte a combattere, ma seguire un sentiero nel groviglio della psiche… nelle sue profondità ancestrali dove la bile nera della malinconia non è sostanza fisica ma umore dell’anima che può essere migliorata con musica e parole indirizzate agli dei planetari (risposta a M. Trevi e M. Migliorati).
Pertanto il libro si presenta come un dialogo serrato tra le due forme del pensare: il pensare indirizzato, e il sognare e fantasticare, intercalato dai brevi quanto accurati commenti dei due curatori che, nell’intenzione di mantenere un’unità generale e un‘integrazione di senso tra le più voci, assolvono ai compiti dell’Io, alle sue capacità di unificare e sintetizzare, forse cercando di mantenere accesa quella “lanterna magica” che Giovanni Rocci nella sua lettera auspica come necessaria per non perdersi nell’abisso dell’immaginazione.
Infine, se il testo offre la possibilità di attingere alla “creativa distorsione” che Hillman ha fatto dell’opera junghiana, è pure vero che il pensiero originario, si ritrova attraverso questo scambio di ammirate riflessioni critiche, quanto mai rivitalizzato e ringiovanito, in virtù di quel principio secondo il quale ciò che vive è sempre sottoposto a tradimenti e revisioni e, proprio per questo, capace di attivare bellezza e fantasia.
Per concludere, un sincero ringraziamento ai due curatori di questo libro che da perfetti gentiluomini siciliani, spinti dall’audacia del loro daimon, hanno attraversato l’oceano di una non certo facile avventura letteraria, regalando alla psicologia un ricco contributo tutto siciliano, dal ritratto in copertina di F.Battiato, a quella strofa conclusiva di Manlio Sgalambro che nella bellezza del vivere per nessuno scopo, nel vivere per vivere trova forse la più densa celebrazione del pensiero hillmaniano.

Recensito su Psicologi & Psicologia in Sicilia, anno VIII, n° 3, Ottobre 2005

venerdì 15 aprile 2005

Caro Hillman: la recensione di Raoul Precht


Ci sono libri che cominciano a parlare al lettore già con la copertina, che può essere un’allusione, un ammicco, una spiegazione, o, come in questo caso, un primo contributo. Una lettera sotto forma di ritratto è infatti il modo scelto da Franco Battiato per partecipare a suo modo a un grande festeggiamento critico, unendosi ad altri 24 fra psicologi analitici e intellettuali di varie estrazioni e tendenze, tutti impegnati a fare il punto su quanto li accomuna ovvero, non di rado, li distanzia dall’insegnamento di James Hillman. Già discepolo di Jung a Zurigo, fondatore in seguito della psicologia archetipica – di discendenza junghiana, ma resasi ben presto autonoma nei suoi obiettivi e nel modo di procedere più ancora che nei postulati teorici -, Hillman sta al gioco con grande finezza e ironia, rispondendo con una grazia d’altri tempi a tutte le missive, anche a quelle più critiche, e avvalendosi di tutti gli strumenti della dialettica, comprese l’ironia, la diplomazia e non da ultimo una certa evasività.

D’altro canto, anziché ricevere dall’Italia il solito volume di studi “in omaggio di” che non si nega a nessuno, Hillman deve vedersela qui con un’operazione di ben altra portata e intelligenza. Gli viene chiesto di rispondere infatti a vere e proprie bordate di varia provenienza, le più insidiose delle quali non sono tanto le osservazioni di colleghi di rigorosa ortodossia freudiana come Silvia Vegetti Finzi, quanto quelle di taluni junghiani “classici”, che lo considerano poco meno che un traditore e ne denunciano l’ormai irrevocabile distanza dalla pratica clinica, cui Hillman preferirebbe elucubrazioni filosofiche scarsamente produttive. Ed è proprio con i contributi – per fare qualche nome – di Augusto Romano, Mario Trevi e Marco Innamorati che la temperatura sale, il discorso s’impenna e si fa di estremo interesse. Ben lungi da una sterile laudatio, il volume curato con equilibrio e sensibilità da Riccardo Mondo e Luigi Turinese si pone al centro di una riflessione fondamentale non solo e non tanto sul futuro della psicologia analitica, quanto sulle capacità di questa psicologia di “curare l’anima del mondo”, come vorrebbe Hillman. Avremmo quasi voglia di dire che il libro acquista toni e momenti di un “giallo” classico, nel quale il lettore una volta tanto conosce già il colpevole (lo stesso Hillman), ma vorrebbe riuscire a smascherarlo, a stabilire cioè se sia davvero solo un carismatico quanto innocuo esteta, un raffazzonatore di mitologie che dalle stesse trae le figure che di volta in volta fanno comodo al suo discorso critico – insomma un abile “bricoleur”, come lo definisce Romano -, o invece un geniale pensatore, le cui teorie e costruzioni, pur basate sostanzialmente su una raffinata reinterpretazione di Marsilio Ficino e del neoplatonismo attraverso Jung, risultano oggi non solo innovative, ma in grado di indicarci un sentiero, se non proprio una strada, per il futuro.

Se alla fine i toni amichevoli prevalgono malgrado tutto su quelli critici, l’immagine di Hillman per il lettore non specialista resta – com’è giusto che sia – tanto affascinante quanto controversa. I curatori sono stati ben attenti a non imporre la loro visione, preferendo rendere varie sfaccettature non solo dell’opera dello studioso stesso, ma altresì delle varie anime che compongono lo junghismo nostrano, e invitandoci quindi a un approfondimento. E non è forse proprio questo che un libro deve fare per giustificare la sua ragion d’essere?

sabato 22 gennaio 2005

Caro Hillman: la recensione di Alessandro Defilippi


Caro Hillman, lei è un bel traditore

Scrivere di James Hillman è un po’ come scrivere del Papa. Troppo facile o troppo difficile.

Hillman, americano, ma percepito sovente, per la sua cultura e per i temi che affronta, come più europeo degli europei, è stato a volta a volta analista junghiano, direttore dell’Istituto Carl Gustav Jung di Zurigo e della rivista Spring, innovatore dello junghismo e fondatore della psicologia archetipica. Infine, oggi, che cosa: libero intellettuale, alchimista, maestro, guru? Specie in Italia, in cui i suoi libri hanno sempre goduto di un peraltro meritato successo, è molto difficile parlarne in maniera oggettiva. Ci provano, con alterna fortuna, Riccardo Mondo e Luigi Turinese, analisti dell’Aipa e, evidentemente, devoti del grande vecchio. Ma ci provano, e qui sta l’aspetto stimolante del loro tentativo, attraverso un volume insolito, colto e – perché no? – divertente, in cui hanno riunito una serie di lettere e di contributi, richiesti a figure fondamentali della cultura italiana odierna, sia specialistica, sia eccentrica. Così il libro si avvale, tra gli altri, degli interventi di Augusto Romano, Mario Trevi, Romano Màdera, Luigi Zoja, Silvia Vegetti Finzi, ma anche di una poesia di Manlio Sgalambro e di un dipinto di Franco Battiato. A questi interventi sono affiancate, brevi ed icastiche, le risposte dello stesso Hillman. Di Hillman, accennavo prima, si può dire tutto e il contrario di tutto. È certo che, negli anni ‘70, i suoi primi scritti, meritoriamente pubblicati da Adelphi, ebbero – su un terreno fecondato dal Maggio, ma presto, come ricorda Màdera, «indurito dall’esasperazione» – un impatto profondo e scardinatore. Revisione della psicologia, Il mito dell’analisi, Il suicidio e l’anima e Il sogno e il mondo infero restano a tutt’oggi pietre miliari della riflessione non solo psicoanalitica e, soprattutto, libri che scoperchiano il cervello. In anni più recenti, forse, è parso a taluni che invece la meditazione hillmaniana, dopo la rinuncia all’esercizio della terapia e l’apertura al «mondo oltre la finestra» dello studio analitico, rischiasse di diventare un’elaborata estetica o, come dice Romano una «psicologia post-moderna», priva del senso del tragico, così peculiare della vicenda umana.
Il volume è vario, direi godibile nonostante la complessità dei temi trattati, e spazia da interventi francamente e duramente critici, come quelli di Romano e di Trevi, a pagine di ricordo (ammalianti nella loro apparente vaghezza quelle di Luciano Perez), ad articoli in cui viene approfondito l’ultimo periodo di Hillman, quello dedicato all’Anima Mundi e alle sue malattie. Di grande interesse è il contributo di Silvia Vegetti Finzi, che ricorda d’aver premiato nel 2001 Hillman come «Maestro e Traditore della psicoanalisi», sottolineando le valenze positive del tradimento, come tradere, consegnare, trasmettere, e come gesto che, nel cambiamento, permette di rimanere fedeli a se stessi. La Vegetti Finzi sottolinea la caratteristica di Hillman «di non farsi mai trovare là dove si è attesi». Proprio in questo essere sfuggente, mercuriale, sta forse il suo maggior insegnamento: come annota Romano, è proprio il fascino ermetico del suo stile e del suo pensiero a spingere a difendersene «con ostinata determinazione». D’altronde, come non essere affascinati da colui che parla di una «moralità estetica», ricordando, nella risposta a Marcelllo Pignatelli, come la divisione tra estetica ed etica possa essere «dannosa per entrambe, poiché priva il mondo dell’estetica di ogni moralità e il mondo morale di ogni sensibilità». E come non pensare a tal proposito all’amato Keats quando scrive: «bellezza è verità e verità bellezza», oppure a Brodskij, che afferma: «l’estetica è la madre dell’etica»? Resta, in certi passaggi di questo testo composito, un sospetto di agiografia, rischio di ogni innovatore, odiato o amato con equivalente intensità. Certo è che non si può restare indifferenti al pensiero di Hillman, ricordando però che esso, proprio per la sua seduzione incantatrice, andrebbe meditato con forte consapevolezza critica, e sfrondato da quello che talora pare un certo autocompiacimento.

Pubblicato in Tuttolibri, settimanale di La Stampa del 22/01/2005

venerdì 14 gennaio 2005

Presentazione del Romanzo "Frammenti di sogno nei giardini di Efesto" di Carmelo Guardo. Siracusa 14 Gennaio 2005



                                     
                                   Interventi

                     Lucia Arsì, Riccardo Mondo, Egidio Ortisi

               
                            letture di Eugenio Santovito

                          presente l'autore Carmelo Guardo

         Salone delle conferenze dell'Ordine dei Medici, Siracusa.
 
                     Corso Gelone 103, 14\01\2005, h. 19,00.

                   
                   Vedi CENTRO CULTURALE EPICARMO

venerdì 3 dicembre 2004

Presentazione del libro: Caro Hillman... Venticinque scambi epistolari con James Hillman, Catania Biblioteche Civica Ursino Recupero




A cura di 
Riccardo Mondo e Luigi Turinese

Bollati Boringhieri, Torino, 2004
3 Dicembre 2004Sono intervenuti:

Pietro Barcellona
Fulvio Giardina
Riccardo Mondo
Giuseppe Russo
Elvira Seminara
Luigi Turinese
Letture epistolari di:

Mariella Lo Giudice

Ospiti:

Franco Battiato e Manlio Sgalambro, autori di un contributo epistolare.














Caro Hillman: la recensione di Luciana Sica

Caro Hillman ti scrivo

Lettere a un grande eretico

Esce un carteggio tra un gruppo di personaggi della cultura italiana e l’intellettuale americano che ama la provocazione e la sorpresa Il dissenso prevale sull’ammirazione per il maestro che ha radicalmente messo sotto accusa la psicoanalisi.
Viene messa in discussione l’identità dell’inventore della “psicologia archetipica”
C’è una polifonia di voci anche molto contrastanti che percorre il mondo dei nipotini di Jung
Alcuni personaggi della psicologia analitica e della cultura italiana scrivono a James Hillman, la figura senz’altro più carismatica – anche se molto controversa – dello junghismo contemporaneo: le venticinque lettere, accompagnate dalle risposte del destinatario, sono state raccolte in un libro dal titolo Caro Hillman?, per la cura intelligente e fantasiosa di Riccardo Mondo e Luigi Turinese (Bollati Boringhieri, pagg. 240, euro 26).
È un volume che interessa, per più di una ragione. Intanto, attraverso questo carteggio, si coglie con grande immediatezza la polifonia di voci – assai poco assimilabili tra loro – che percorre l’universo junghiano. Emergono, dall’epistolario, due tendenze che già coesistono in Jung, pensatore geniale ma disordinato e asistematico, contraddittorio e pieno di aporie: una è decisamente critica, ermeneutica, probabilista; l´altra sembra cadere nell’illusione di una psicologia perennis, di una psiche in qualche modo oggettiva, valida e identica per tutti, con un eccesso di enfasi – ad esempio – per quella ipotesi suggestiva ma enigmatica, nebulosissima, che è l’inconscio collettivo.
Oltre a disegnare una mappa curiosa dello junghismo italiano, questo libro sottende costantemente nelle sue pagine un interrogativo – sospeso e irrisolto – che rimanda all’identità più autentica del maestro di Atlantic City.
Chi è infatti oggi James Hillman? Si sa che, a Zurigo, è stato un allievo diretto di Jung, ma – dopo quella che lui stesso ha definito «una crisi di fede – è diventato l’inventore di un nuovo pensiero, di una sua disciplina detta “psicologia archetipica”, ribattezzata frettolosamente e a dispetto del ridicolo “una terapia con gli dèi”.
Oggi non è chiaro se Hillman si possa ancora in qualche modo considerare uno psicoanalista, per quanto eterodosso e da molti anni lontano dalla pratica clinica, o sia piuttosto un raffinatissimo letterato, un intellettuale neoplatonico (amatissimo dagli intellettuali, e dai molti che suppongono di esserlo), un cantore neopagano di cui poco o nulla è rimasto dell´imprinting originario: «un brillante bricoleur», per dirla con Augusto Romano.
In queste lettere inviate a Hillman, può sorprendere che in genere sia il dissenso a prevalere sull’ammirazione. Quella di Mario Trevi, firmata con Marco Innamorati (insieme hanno scritto Riprendere Jung), è una presa di distanza, sofisticata ma dura già nel titolo, “Contra psychologiam archetypalem”, una messa sotto accusa delle tesi più ardite di Hillman: dalla lettura che fa dei classici alla pretesa di parlare ancora di un’ontologia dell´anima, al rifiuto drastico di ogni modello medico.
Nella sua risposta, il grande provocatore americano – che a tratti tende ad assumere un’aria sussiegosa un po´ irritante – sfugge abilmente alle questioni più sottili. «Un freddo vento del Senex soffia da nord, e potrei essere indotto a focose esagerazioni del Puer come difesa?»: Hillman non cade in questa tentazione, e del resto sarebbe poco convincente contrapporre a un presunto atteggiamento senile il suo spirito da eterno fanciullo, anzi il suo metodo ermetico/mercuriale che «si avvale di trucchi, inganni, appropriazioni e non vuole stare da qualche parte a combattere, ma fugge nell´invisibilità su scarpe alate in conformità con i suoi alati pensieri avvolti in “può darsi”, “forse” e “come se”»?
La sensazione è che il comune ceppo junghiano non basti ad accorciare le distanze: Hillman e Trevi non potrebbero essere più sideralmente lontani, a cominciare dai linguaggi che utilizzano. «Che cosa abbiamo da dirci l’un l’altro?», si chiede Hillman con una qualche brutalità, concludendo in modo scarsamente dialettico: «Due sentieri paralleli, non importa quante miglia possiamo percorrere, non si incontreranno mai. Forse fianco a fianco è abbastanza».
Molto spiritosa, ma per nulla rapita dal pensiero dell’autore di Cento anni di psicoterapia e il mondo va sempre peggio, risulta Silvia Vegetti Finzi: lei ha tradito la psicoanalisi, gli scrive, «nel senso in cui l’amante tradisce l’amata per troppo amore? Lei affida alla psicoanalisi nientemeno che l’incarico di salvare il mondo? Ma siamo sicuri che la psicoanalisi abbia il compito di prendere il posto di Dio: di sapere tutto, di potere tutto?».
Se qui lo scambio è meno glaciale, la possibilità di un dialogo autentico rimane piuttosto remota. Il punto è che alle “regole” della clinica psicoanalitica Hillman è estraneo fino all’insofferenza, e non ha alcuna difficoltà a dichiararsi colpevole dell´accusa di essere un traditore. Non è la stanza d’analisi a interessarlo, non sono i piccoli o grandi malesseri di pazienti in cerca d’ascolto a catturarne l’attenzione. Il suo impegno ha dimensioni molto più ampie, più ambiziose: lui si dedica a «stendere l’anima del mondo sul lettino e a rimanere in ascolto delle sue sofferenze». È questa immagine a catturarlo, o anche, con un’espressione che gli è cara: è questo il suo daimon.
Alla fine, da raffinatissimo giocoliere qual è, ritorce con abilità l’accusa di tradimento, pure accettata senza sussulti: «Le replico – sempre nello spirito di calore e comprensione tra noi – che la Sua posizione tradisce la sfida contemporanea alla pratica clinica: la sua estensione oltre la stanza di terapia. Traggo questo orientamento sia da Freud sia da Jung, che consideravano il loro lavoro un lavoro sui tempi e sulla cultura collettiva in cui la psiche era immersa».
Spulciando ancora tra le molte lettere di questo carteggio, più incline alla perplessità che all’elogio appare anche Marcello Pignatelli, che – seppure con garbo amichevole – segnala il rischio di una deriva estetizzante. Come sempre Hillman si diverte soprattutto a spiazzare, e in questo caso lo fa rievocando una bella serata romana di anni fa proprio nella casa di Pignatelli, il “collega” junghiano involontariamente caduto in un fraintendimento comune.
«Quando tu mi hai ricevuto lì, con vino, cibo e conversazioni, ponendo attenzione ai bisogni di un visitatore straniero? questo tuo comportamento apparteneva all’etica o all’estetica? Conosci bene la tradizione classica, da Platone in poi, in cui Estetica ed Etica erano inseparabili. Entrambe sono contenute nella parola Kosmos, che significa giusto ordine, implicando sia la bellezza sia la giustizia»: per Hillman, la divisione tra queste due nozioni può risultare, oltre che falsa, dannosa per entrambe «poiché priva il mondo dell´estetica di ogni moralità e il mondo morale di ogni sensibilità». Dal suo punto di vista, l’insistenza sul bello avrebbe di per sé una connotazione di ordine etico.
Sarà il caso di fare almeno un cenno allo scambio affettuosissimo che in questo libro si rintraccia tra Manlio Sgalambro e Hillman sulla condizione della vecchiaia, un tema su cui entrambi si sono esercitati con risultati brillanti. Il filosofo gli ha inviato una sua poesia che si conclude con questi versi:

«Il vecchio è colui nel quale la vita è finita. Ma quale vita? La vita funzionale, la vita dei ruoli, la vita che passa attraverso il “permesso” di vivere concesso dalla società a certi patti. Ma è dopo tutto questo che resta la “vita”. La bellezza del vivere per nessuno scopo, del vivere per vivere».

La replica di James Hillman è – almeno in questo caso – nel segno dell’entusiasmo: «Quanto più, quanto più squisite, quanto più apportatrici di verità sono le strofe della Sua poesia rispetto al mio intero libro sull’invecchiare!». L’epilogo si riassume nell’invito di un signore forse stravagante ma dallo charme innegabile, che prende congedo con poche semplicissime parole, impronunciabili per certi geometri della psiche: «Posso incontrarla un giorno nel Suo caffè preferito?».
Pubblicato su La Repubblica, 03/12/2004

mercoledì 1 dicembre 2004

La recensione: C.G.Jung. Immagine e parola.


a cura di Aniela Jaffé
Magi Edizioni
Roma 2003
pp. 242
In un panorama culturale poco incline alla valorizzazione delle radici storiche della psicologia analitica, ogni operazione editoriale che miri a preservare tracce della memoria si presenta decisamente innovativa. Si è quindi grati alle Edizioni Magi per la traduzione in lingua italiana di questo emozionante omaggio a Carl Gustav Jung, curato daAniela Jaffé, edito in Germania nel 1977 con il titolo originario C. G. Jung. Bild und Wort e pubblicato quasi contemporaneamente in lingua inglese dalla Princeton University Press, Princeton (NJ, USA). Sono trascorsi appena ventisei anni per averne una traduzione in lingua italiana e questo è un altro elemento a favore di questa operazione editoriale. Quanto detto aprirebbe un complesso discorso sul rapporto della psicologia analitica odierna con la propria produzione storiografica e documentaristica, ma torniamo al libro che è oggetto della nostra recensione.
La quarta di copertina recita che “per gli junghiani questo volume è come un album di famiglia le cui immagini consentono di evocare atmosfere, persone, oggetti, pensieri, luoghi in qualche modo noti”. Quanto affermato ci pare condivisibile; per poterne gustare la proposta è adeguata la lettura intimistica di chi rilegge documenti e sfoglia lettere e foto di un proprio antenato.
Al primo contatto con il libro esso si presenta atipico ed inconsueto, il formato e lo stile grafico lo rendono adeguato soprattutto ad una consultazione immaginale ed evocativa, intimamente fedele al valore che Jung consegnava all’immagine psichica. Il volume infatti è riccamente illustrato da 205 immagini, tra le quali vi sono 11 dipinti dello stesso Jung. L’originalità consiste proprio nella sintesi tra le molte immagini – ritratti fotografici, dipinti, manoscritti, luoghi e scene di vita quotidiana – tratte dalla mostra organizzata a Zurigo in occasione del primo centenario della nascita del Maestro (1975), e i testi, ricavati in larga parte da Ricordi, sogni, riflessioni, raramente dagli scritti scientifici delle Opere e da lettere, alcune delle quali inedite. Su questa scia potremmo dire che, al contrario della norma, ogni capitolo affronta un tema dove testi essenziali ed evocativi corredano questa biografia per immagini.
Fedele al progetto celebrativo del centenario, l’opera è un omaggio ricco di sentimento a Carl Gustav Jung e nel leggerlo si avverte, in chi l’ha ideato e realizzato, la fedeltà e la congruenza intellettuale rispetto al modello di ricerca proposto dal fondatore della Psicologia Analitica. Il limite è l’evidente elemento agiografico che rischia di non poter attrarre, tra gli addetti ai lavori, se non chi ama profondamente Jung e la Psicologia Analitica.
Disinteressati rimarranno i “cercatori delle ombre di Jung”, in quanto il volume non presenta un impianto critico e dialettico e non consente quegli insights decostruttivi, che, se abusati, rischiano – come ricorda il detto popolare – di “buttar via il bambino con l’acqua sporca”.
Il libro è composto da diciannove capitoli, un’appendice con la descrizione della personalità di Jung, una cronologia e un glossario. È un procedere temporale da prima della nascita al commiato del Maestro dalla Terra; la matassa della sua vita pare dipanarsi finalisticamente tramite la lente del principium individuationis.
Dal rapporto con gli antenati, si procede agli anni della giovinezza e degli studi, ai primi interessi per l’occultismo e la parapsicologia, al periodo alla clinica Burgholzli, all’amicizia e la rottura con Freud, al confronto con l’inconscio. Questo capitolo drammatico ed intenso si pone come perno centrale nell’opera preannunciando il dipanarsi dei successivi capitoli, rivolti ai temi fondamentali dello Jung maturo: Mandala, Alchimia, Paracelso, Psicoterapia, Traslazione. È sempre affascinante rievocare la grande erudizione di Jung; quest’ultima gli permetteva la conoscenza del dispiegarsi della vita psichica in territori inimmaginabili all’uomo comune. Ad esempio, sul tema alchemico scriverà “L’alchimia è, come il folclore, un grandioso affresco proiettivo di processi di pensiero inconsci. A causa di questa fenomenologia mi sono sottoposto allo sforzo di leggere da cima a fondo l’intera letteratura classica dell’alchimia” (pag. 99).
Ma come ci ricorda la Jaffé in appendice, Jung dedicava pari intensità libidica sia alle esperienze interiori sia all’incontro con eventi esteriori che insieme formavano un indissolubile unicum.
Per questo motivo sono particolarmente affascinanti i capitoli Famiglia e casa (“quando ero occupato con le mie fantasie, mi serviva un punto d’appoggio in ‘questo mondo’”); quello dei Viaggi (il capitolo più ampio del libro) e quello di Eranos.
Eranos si traduce in “festa condivisa” ed in questo clima si realizzarono i Convegni ad Ascona sul lago Maggiore. A pagina 186 è possibile osservare il tavolo attorno al quale si riunivano quotidianamente gli oratori per il momento conviviale. Quando Jung vide questa foto dove nessuno è visibile osservò: “L’immagine è perfetta. Sono tutti lì”. Ricordiamo che a quel tavolo circolare erano presenti studiosi delle più svariate discipline scientifiche oltre che Jung e i suoi allievi.
Questo importante crocevia culturale dell’epoca rendeva concreta la ricerca junghiana di una interdisciplinarietà scientifica sotto il comune tetto dell’Anima Mundi.
Il successivo capitolo sulla Torre rende evidente quanto l’opera “dell’architetto” Jung sia stata una condensazione materiale della sua ricerca scientifica, appunto “una professione di fede in pietra”, come egli amava definirla. Questi capitoli paiono presentare quegli elementi del pensiero di Jung che diverranno una traccia per quella psicologia analitica che si orienterà per sviluppare “una psicologia del profondo dell’estroversione” (cfr.Hillman).
Gli ultimi due capitoli riguardano il tema della religione e della morte e ci mostrano le immagini di un uomo vecchio e carico di saggezza che si confronta con i grandi temi dell’esistere.
Scriverà in una lettera“ La mia raison d’ètre consiste… nel confronto con l’ente indefinibile che è chiamato Dio” (pag. 209).
Difficile commentare o aggiungere altro, il libro va riposto nella libreria e ogni tanto ripreso per meditarci su, senza pregiudizi.
Recensione pubblicata su “Studi Junghiani”, n. 20, FrancoAngeli, Luglio – Dicembre 2004